Dark chords on a big guitar<small></small>
− Americana

Joan Baez

Dark chords on a big guitar

2003 - KOCH RECORDS
20/04/2004 - di
Non ho mai amato Joan Baez. Non mi sono mai piaciuti nemmeno i suoi duetti con Bob Dylan. Troppo nitida la sua voce, troppo cristalline le sue interpretazioni. Così non ho seguito più di tanto la sua carriera, che, a quanto dicono, è andata in flessione, producendo qualche disco apprezzabile e poco più.
La causa di questo mea culpa si trova in “Dark chords on a big guitar”, un album che smentisce i pregiudizi e le categorie attribuite a questa signora: dagli anni ’60 la Baez è emblema di una canzone impegnata, sensibile e pura, sin troppo lineare nel suo proporsi. Invece qua dimostra di saper scavare dentro le canzoni, che, va detto, non sono sue, ma quasi lo diventano.
Lo fa con una voce che non è più così soave, forse per il tempo che non risparmia nemmeno lei o forse per un atteggiamento di rispetto, di circospezione, verso un mondo che si va facendo scuro e confuso.
Bisogna togliersi dalla mente l’armonia idilliaca di “Diamonds and rust” o la beata gratitudine di “Gracias a la vida”: qua il canto è accorato, a tratti grave. Già la scelta delle canzoni rivela la volontà di mantenere uno sguardo basso, rivolto a terra, al passo con un’andatura dimessa e con le ombre che ne derivano: Greg Brown, Gillian Welch, Natalie Merchant, Joe Henry, Steve Earle non vengono innalzati o purificati, ma scrutati nei loro anfratti, senza nascondere né coprire nulla.
Al disco manca una maggiore scansione ritmica, ma anche questo è parte della scelta intensa compiuta dalla Baez, che offre interpretazioni convincenti, marcate da una forza omogenea, in cui la gentilezza gioca una parte secondaria.
In primo piano è un andamento calibrato con gli strumenti che suonano dark, “oscuro” nel senso che il suono proviene dal fondo dei pezzi: sin dall’iniziale “Sleeper” la steel crea echi in cui si inseriscono delle pizzicate acustiche, delle movenze bluesy e anche qualche feedback, come in “Motherland”, una delle ballate più significative degli ultimi anni, che trova ulteriore spessore.
La voce è melodiosa, ma densa, anche quando affronta una country-ballad di Ryan Adams o quando si insinua in un arpeggio di un pezzo di Josh Ritter (due degli ultimi talenti della canzone americana). I risultati migliori arrivano comunque quando il canto combina la sua forza lirica con quella ritmica, come in “Rosemary Moore” e in “King’s highway”.
Nel suo insieme il disco rimane folk, come è nella natura della Baez, ma coinvolge una sfera che è tanto pubblica quanto privata: arriva infatti dopo l’11 Settembre e dopo la morte della sorella Mimì. Perfetta a questo proposito è la chiusura di “Christmas in Washington” (Steve Earle), con il fantasma di Woody Guthrie invocato come uno spirito personale e popolare.
Alla Baez manca solo una sua scrittura, ma quasi non ce ne si accorge.

Track List

  • Sleeper|
  • In My Time of Need|
  • Rosemary Moore|
  • Caleb Meyer|
  • Motherland|
  • Wings|
  • Rexroth´s Daughter|
  • Elvis Presley Blues|
  • King´s Highway|
  • Christmas in Washington

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