Reunions<small></small>
Americana • Rock

Jason Isbell Reunions

2020 - Southeastern/Thirty Tigers/ Goodfellas

09/05/2020 di Helga Franzetti

#Jason Isbell#Americana#Rock #Amanda Shires #Derry deBorja #Jimbo Hart

Dopo una pausa di tre anni dall’ultimo ed eccellente lavoro in studio The Nashville Sound, il collettivo di Nashville 400 Unit, sotto il comando di Jason Isbell,  torna con un nuovo disco ad alleggerire il peso di un’estate che sarà indubbiamente diversa da tutte le altre. La cosa curiosa è che l’esortazione ad “avere paura”, proposta da Isbell proprio nel singolo di lancio di Reunions, diventa una massima calzante alla perfezione per l’attuale periodo storico. Attraverso il suo insistente riff di chitarra, la voce che risuona in un eco lontano e la tastiera fiorente di Derry deBorja, Be Afraid assume le sembianze di un robusto rock dal sapore polemico, in cui l’autore esorta a prendere posizione, ad avere il coraggio di schierarsi senza veli, anche raccontando verità scomode (allusione non poco accusatoria alla sua categoria artistica).

Spesso “il perdente è l'ultimo a chiedere aiuto” e a volte si ha necessariamente bisogno di un grido di battaglia. Ma Be Afraid non è l'unico sassolino nella scarpa che Jason ha intenzione di togliersi: What’ve I Don’t The Help, il pezzo introduttivo, gira attorno all’intonazione insistente del ritornello indagatorio, assumendo il doppio ruolo di catalizzatore musicale e nota di biasimo al potere politico. Foderata da una chitarra acustica che ne scandisce il ritmo e drammatizzata dal violino di Amanda Shires (moglie di Isbell), con la sua melodia ripetitiva diventa una di quelle canzoni che può girare in testa un’intera giornata. What’ve I Don’t The Help possiede un’impalcatura di suoni opera del produttore Dave Cobb, ancorata alla solida linea di basso di Jimbo Hart e incisa da ferenti sciabolate elettriche, con l’accompagnamento della voce di David Crosby che pare urlare un lamento in sottofondo.

Già critico in passato, verso una classe politica e un Paese poco attento, Isbell rimaneva ancora aggrappato a flebili aspettative, ma nel 2020, a corto di pazienza, eccolo vomitare tutta la sua rabbia e le sue perplessità: “Le persone buone soffrono e il cuore diventa più duro”. Nonostante però i due singoli assumano un poderoso ruolo socio-politico, Isbell sa anche rallentare, e lo fa dipingendo Reunions di tutte quelle sfumature che solo un buon disegnatore riesce a rendere proporzionate, portando l’album verso la realizzazione di un percorso intensamente personale. “Ci sono molti fantasmi in questo disco, che riguardano anche la persona che ero, il fantasma di me stesso”, dice (e in parte racconta in St.Peter’s Autograph). “Mi sono ritrovato a comporre canzoni che volevo scrivere 15 anni fa, ma a quei tempi non ero ancora pronto. Ora sono stato in grado di farlo. E la maturità di oggi rappresenta la riunione con il me stesso di allora”.

Un Isbell quindi introspettivo e intimista, che girovaga su strade molto americane, intrecciando percorsi country, roots e folk su un sound che tanto ricorda le consonanze di una musica tradizionale ma mescolate con il piglio del rock più moderno.Le soavità vocali, i ritmi e le piene melodie che in sequenza i 400 Unit infilano dentro a Reunions, mi riportano in più occasioni al sound emotivo della Session Americana: sia sulle armonie felpate di Letting You Go, dedicate alla figlia, che sulle spinte melodiche più decise di It Get Easier, e non meno con la morbida ballata Only Children, dove basta solo chiudere gli occhi per lasciarsi andare. Ma Jason Isbell è un ottimo conoscitore della materia e come sa muoversi alla maniera di John Prine, sulle note di Dreamsicle o attingendo al suo stile dissacratamente ironico nel descrivere il difficile salto da un passato di dipendenze in It Gets Easier, sa anche perdersi in una dolcissima ballata come River, o prendere spunto dalla chitarra di Mark Knopfler sui toni eroici di Running With Our Eyes Closed e, ancora, congegnare feroci suoni affidandoli alle corde di Sadler Vaden sulla muscolosa melodia di Overseas. Un “hotchpotch” stilistico che riflette un percorso musicale del tutto personale e che attraversa molti sentieri della musica americana colorando gli orizzonti di diverse tonalità.

Isbell dipinge i paesaggi estivi dell'infanzia, ricorda con nostalgia i luoghi di incontri segreti e racconta con dolenza malinconica le rotture e le ferite. Un cammino in compagnia di infiniti pensieri ma con la speranza di incontrare, prima o poi, un futuro realmente luminoso.

Track List

  • What’ve I Done to Help
  • Dreamsicle
  • Only Children
  • Overseas
  • Running With Our Eyes Closed
  • River
  • Be Afraid
  • St. Peter’s Autograph
  • It Gets Easier
  • Letting You Go