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Emergenti − Alternative − new-wave/dark-wave

In.visible

Have you ever been?

2014 - Autoprodotto
31/07/2014 - di
L’ascolto di questo lavoro discografico rimanda immediatamente la mente a quel vecchio gioco anni ottanta che fece successo in tutto il mondo: il cubo di Rubik. L’approccio corretto pertanto è quello di guardare oltre alle apparenze. Ti trovi in mano un parallelepipedo molto colorato, la cui unica costante è la forma geometrica delle sue facce: il quadrato, composto a sua volta da altri quadrati colorati, che possono essere combinati tra loro in maniera diversa per formare possibilmente una faccia intera quadrata dello stesso colore.

Il disco degli In.visible ha come costante l’elettronica e una certa attitudine gotica, ma, oltre ad essere bello geometrico, ha dentro di sé svariate declinazioni e pose che da una parte ne vivacizzano le forme e l’estetica dall’altra lo rendono un po’ meno integralista; insomma più intrigante. Sì, perché se l’inizio dell’album con le sue prime tre tracce si colloca abbondantemente nel solco del revival new wave di un recente passato, con Fingers e Stagen il lavoro si sposta progressivamente su arie tipicamente dark-wave rappresentando una nuova scena a tinte decisamente più fosche e sinistre.

Il brano The magic invece sembra quasi uscito casualmente da un cameo dei Daft Punk tanto ha la capacità di alternare un’elettronica dai ritmi costanti, praticamente disco dance, alle trame più evocative e noir di cui è cosparso l’intero album. The deepest darkest side è un altro aggiustamento o meglio un piccolo scostamento dalla linea stilistica già tracciata sin qui in modo chiaro. Davvero è necessario soffermarsi quel tanto di tempo in più necessario per sottolineare lo stile del brano e la sua eleganza, passando da un generico dark-wave a una sorta di post-metal o progressive metal che ricorda gli inavvicinabili maestri Tool. Non manca neanche la ballad d’atmosfera con la conclusiva Under per cercare di presentare l’ennesima faccia della stessa medaglia. Un po’ di Bowie fa capolino in questa come nelle tracce più danzereccie dell’intera prova. 

Un po’ Faith No More nelle loro parentesi più imbastardite e sbiadite, un po’ volutamente quasi kitsch in certi gorgheggi teatrali, Andrea Morsero (alias In.visible già batterista e DJ con varie collaborazioni alle spalle, vedi Marti, Emily Plays, Kali, Stereo Plastica, Patrizia Cirulli, Eva Milan, Distorsonic) riesce a evitare la noia più indolente con alcuni colpi di coda di pregevole fattura a riprova del suo background di spessore.

Possiamo dire che l’album, benché abbia una struttura monolitica, risulta in ultima analisi alleggerito da una “corporatura” infinitamente più snella di quanto possa apparire al primo ascolto. Indubbiamente non manca un certo citazionismo convulsivo (del tutto legittimo) all’interno dell’intero album, ma nel complesso il merito più grande di questo lavoro è quello di avere spostato verso l’alto l’asticella della qualità e dell’originalità mettendosi su un piano di paragone con mostri sacri davvero difficili da eguagliare.

Track List

  • Another place to be
  • Leather
  • Invisible
  • Fingers
  • The magic
  • Stagen
  • The deepest darkest side
  • Feel
  • Love gun
  • The second way
  • Under

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