Anthem of the Peaceful Army<small></small>
Rock Internazionale − Rock

Greta Van Fleet

Anthem of the Peaceful Army

2018 - Republic Records
15/11/2018 - di
Non giriamoci intorno: i Greta Van Fleet vengono unanimemente associati ai Led Zeppelin. L’aspetto curioso di tale generalizzato paragone risiede nel taglio liquidatorio, nel tono di sufficienza o nelle parole di scherno di chi lo avanza. Posto che Page, Plant, Jones e Bonham non si possono, purtroppo, clonare, i Greta Van Fleet sarebbero solo gli ultimi in ordine di tempo di una lunghissima schiera di gruppi che hanno preso a modello la più grande rock band della storia. Qualcuno ha mai ascoltato l’acerbo esordio dei Rush, nel disco omonimo del ’74?  O quello goffo dei Queen, dell’anno precedente? E quale band veneravano i primi Black Sabbath? O vogliamo invece parlare degli Aerosmith, letteralmente genuflessi, in occasione della Rock and Roll Hall of Fame Induction del 1995, al cospetto degli idoli Page e Plant? Dai Deep Purple ai Blue Oyster Cult, dai Jane’s Addiction agli Audioslave, dai Black Crowes ai Pearl Jam, i gruppi che si sono ispirati all’incofondibile sound dei Led Zeppelin si contano a decine. Questo perché, come notò nel ‘69 l’allora diciasettenne Paul Stanley dopo averli ammirati a un concerto, Led Zeppelin compendia(va) ciò che aveva reso grande il rock’n’roll: era sexy, spietato e pericoloso (“It was sexy, ruthless and dangerous”). Ma i Greta Van Fleet no, loro non sono autorizzati ad avvicinare coloro che sono stati un modello per tutte le band di hard rock dalla fine degli anni Sessanta a tutt’oggi. E perché mai? Non si perdona loro il successo. Immediato, inspiegabile, inarrestabile. Viene in mente quando, nel 1994, Susanna Tamaro scosse il tradizionalmente asfittico mercato editoriale italiano con la pubblicazione di Va` dove ti porta il cuore. I sedici milioni di copie che il libro da allora ha venduto non sono mai stati condonati alla scrittrice triestina, colpevole di riuscire - lei, un`outsider - laddove centinaia di tronfi e noiosi letterati avevano fallito: piacere alle masse. Non ci si dava nemmeno pena di dimostrare le presunte ragioni della mediocrità del romanzo, lo si condannava a priori. Doveva esserci qualcosa di intrinsecamente ingiusto in quell`affermazione, era un`operazione studiata a tavolino, non si trattava di un`artista con un talento e una cifra suoi propri, e si arrivò ad accusarla pure di plagio. La stessa cosa - ora i critici sembrano dimenticarsene - capitò a Led Zeppelin, una band ora assurta al rango di intoccabile, lassù nell`Olimpo degli Dei del Rock, da dove - giustamente, aggiungiamo - nessuno si sognerebbe di rimuoverla. Eppure, per anni, gli Zep vennero irrisi dalla critica musicale: erano soltanto hype, tutto fumo e niente arrosto, sapevano solo copiare brani composti da altri artisti, erano privi di uno stile originale. A leggere ora le stroncature di capolavori come Led Zeppelin III che Lester Bangs pubblicava su Rolling Stone, c`è da rimaner basiti.

I Greta Van Fleet, a differenza dei Led Zeppelin, non sono "sexy, ruthless and dangerous". Sono, al contrario, quattro giovanotti – la somma totale della loro età ammonta ad ottantadue anni - dall`aspetto rassicurante, nonostante tre di loro lascino i capelli lunghi, come richiede la tradizione del genere. I veterani sono i gemelli Joshua e Jakob Kiszka, rispettivamente alla voce e alle chitarre, accompagnati dal basso del fratello minore Samuel e dalla batteria di Danny Wagner. Hanno esordito nel 2017 con l’EP Black Smoke Rising, le cui quattro canzoni sono state ripubblicate insieme ad altre quattro, pochi mesi piu’ tardi, sul doppio EP From the Fires. Il successo è immediato: prima Highway Tune e poi Safari Song raggiungono rapidamente il primo posto della Billboard Mainstream Rock Chart, una classifica i cui campioni sono gruppi come Godsmack, Disturbed e Shinedownbands dunque dal suono assai duro -, ma in cui trovano posto anche veterani dell’hard rock come Aerosmith e Van Halen, oltre ad artisti del calibro di Tom Petty and the Heartbreakers. Il rock insomma nella programmazione delle radio nordamericane continua a godere di ottima salute, e Greta Van Fleet è percepito come parte del movimento. L’abilità di Josh Kiszka di salire alle ottave più alte e l’inventiva nella creazione di riff accattivanti propria del fratello Jake permettono loro di confezionare pezzi assai gradevoli da sentire, che inducono l’ascoltatore ad un involontario head banging e a percuotere col piede il pavimento per accompagnare la prevedibile ma ben congegnata ritmica rock delle proposte sonore. A differenza dell’estetica musicale di Led Zeppelin - che disdegnava il “bello” a vantaggio del “sublime” e che nella composizione rifuggiva dalla ricerca di “ritornelli”-, ci troviamo di fronte a una band determinata a sfornare canzoni orecchiabili e transgenerazionali, che possano essere apprezzate da chi conosce il rock classico ma pure da chi frequenta la produzione pop più commerciale.

Tale impostazione viene confermata dal nuovo album Anthem of the Peaceful Army, uscito il 19 ottobre di quest’anno. L’apertura è affidata all’epica Age of Man, che il gruppo, attraverso il proprio account Facebook, invita ad ascoltare, per goderlo appieno, all`interno di un parco naturale. Il testo ha ambizioni ecologiste e vuole promuovere un sentimento di fratellanza universale (“Beauty lives in every soul / The more you love and the more you know”). Segue il piacevole rocker The Cold Wind, i cui begli intrecci di chitarre acustiche ed elettriche costituiscono il giusto antipasto al primo, contagiosissimo singolo tratto dal disco: When the Curtain Falls. Aperto da un assai riuscito lick alla chitarra elettrica, il pezzo si aggrappa alla poderosa sezione ritmica per accelerare il tempo e permettere a Joshua un’interpretazione convicentemente “plantiana”. Tipico pezzo da FM americana, evoca highways da percorrere con lo stereo a palla, e non è difficile pronosticargli grandi successi nelle classifiche di mezzo mondo. Inizia invece con un mid-tempo Watching Over, che si fa più possente per poi invece rallentare e creare spazio ad un saturo assolo di Jakob e trasformarsi, nell’ultima sezione, in uno strumentale dalle atmosfere progressive. Arriva dunque il brano più sofisticato dell’intera opera: Lover, Leaver (Taker, Believer), una vera e propria suite sorretta dall’uso delle tastiere e caratterizzata, oltre che da una serie di power chords alla chitarra di alto valore espressivo, da una prestazione di Danny Wagner ai tamburi assai convincente. Il lato B si apre con un pezzo che sembra dar ragione a chi li considera meri emuli degli Zeppelin: You’re the One si apre infatti con gli stessi accordi di Hey Hey What Can I Do, uno dei pezzi più armonici e languidi dei semidei britannici, mentre le prime parole del pezzo sono scelte tra quelle preferite dal vocabolario poetico di Percy (“Babe, ain’t no denying”). La differente poetica si rende evidente mano a mano che il brano procede: la ballata di Greta Van Fleet si fa infatti sempre più zuccherosa, e il refrain fa concorrenza alla produzione più melassosa di gruppi quali Foreigner o Boston. Delle stesse area e temperie, le medesime cui appartengono pure i Journey, fa parte anche la seguente The New Day, mentre la slide di Mountain of the Sun introduce un pezzo evidentemente progettato per coinvolgere il pubblico ai concerti, grazie alle grandi aperture melodiche e l’intermezzo in cui, a dialogare con le strofe cadenzate di Joshua, resta la sola batteria, prima di un arrangiamento finale abbastanza scontato. Si arriva infine quasi senza accorgersene agli ultimi due pezzi del disco. Brave New World, solenne ma senz’anima, lo avrebbero potuto scrivere gli Styx, e non aggiunge molto a quanto lo precede, mentre Anthem regala ancora emozioni. Il pezzo che conclude l’album si configura come una sorta di inno alla pace dei popoli e al potere salvifico della musica (“Where is the music, a tune to free the soul / A simple lyric to unite us all you know”). Il bel suono West Coast della chitarra acustica e l’uso di tamburi percossi con le mani introducono una dolce slide e un inaspettato coro in stile Viva la gente! che creano un’atmosfera irenica e comunicano un senso di fraternità e di amore per il prossimo, donando serenità all’ascoltatore, che si ritrova alla fine del brano con un sorriso placato appiccicato al viso.

I Greta Van Fleet sono insomma un gruppo di musicisti ancora molto giovani che hanno prodotto un disco – ispirato sia all’hard rock degli anni Settanta che all’AOR degli Ottanta - che si ascolta volentieri dall’inizio alla fine, che non annoia e che risulta ottimamente suonato, cantato ed arrangiato. Non sembrano avere il tocco dei più grandi, né hanno sviluppato, almeno non ancora, una loro cifra originale, ma meritano rispetto e attenzione. Anthem of the Peaceful Army è un esordio molto promettente, e in futuro Greta Van Fleet potrebbe sorprenderci.

 

Track List

  • Age of Man
  • The Cold Wind
  • When the Curtain Falls
  • Watching Over
  • Lover, Leaver (Taker, Believer)
  • You`re the One
  • The New Day
  • Mountain of the Sun
  • Brave New World
  • Anthem