Multiverso<small></small>
Emergenti − Alternative − rock, post-rock, alt-rock

Grammophone

Multiverso

2013 - Subcava Sonora
23/12/2013 - di
Virulenza sonora e vocale in un disco complesso, talmente stratificato che si stenta a posizionarlo in una sintesi conclusiva, un disco che inizia con ghigni di elettronica e un piano percosso quasi come uno dei poli della sezione ritmica e che ti deglutisce immediatamente in un vortice di rock contaminato da un pop molto elegante, anche se in alcuni punti troppo incline a farsi sinfonico (Oltrenatura).

I Grammophone hanno sversato in Multiverso tutta la sontuosità di melodie metalliche per tratteggiare un’epica urbana dal suono nitido e in molti luoghi noise, enfatizzando il ritmo con spinte di synth e di batteria pulsantissime.

D’istinto sgrani gli occhi davanti a questo album d’esordio e alla consapevolezza tecnica con cui è costruito e suonato, ma quello che più sbalordisce è la vocalità di Felice Calenda, per la quale non vale la pena di richiamare Godano o gli Interpol (da qualche parte si legge di queste due similitudini), perché si posiziona a un livello nettamente superiore. Ascoltare Calenda è ritrovarsi sbattuti di colpo nell’estensione e nella timbrica imponente di Francesco Di Giacomo e in alcune tracce quasi ci si stupisce dell’identità nel registro da tenore che li accomuna e dell’interpretazione così coincidente.

Questi cinque ragazzi di Eboli affidano a 10 tracce un polimorfo scenario musicale che con l’aria del sud non ha nulla a che fare, dislocando piuttosto in atmosfere boreali tutta la gittata della loro creatività che colpirebbe sempre a sangue freddo, se non fosse per quel pianoforte onnipresente, soprattutto nelle calde vibrazioni delle ballate o negli interludi più pacati dei pezzi maggiormente tumultuosi.

Post-rock e qualche allusione psichedelica si interpongono in sonorità che in alcuni casi forse concedono troppo spazio a richiami electro-pop, finendo talvolta per autocelebrarsi in uno stilismo ridondante, andando a riempire troppo gli arrangiamenti che, lasciati più minimali, avrebbero probabilmente avuto un aspetto meno sofisticato e costruito.

I riferimenti più che espliciti sono ai Radiohead, ma non mancano i barocchismi à la Muse, sfiorando in qualche luogo il gusto classicheggiante tipico della pomposità sonora dei Queen.

La stessa propensione per la ricercatezza definisce le liriche, ma senza accenti d’intellettualismo, preferendo lasciare ai versi un’impronta surreale ed enfatica, in ogni caso densa di slanci emotivi, nonostante non si tralasci la critica sociale più cruda e realistica.

Traccia preferita è senza dubbio Treno in c min, nevrastenica quanto basta per farti godere a pieno quegli stacchi furiosi di batteria misti ad eccessi chitarristici, che sfumano alla fine del pezzo in un accenno elettronicizzato di clima beatlesiano.

A tirare le somme, va dato al quintetto campano il gran merito di aver sfornato un disco analitico, in cui l’occhio per il dettaglio acustico eccede ogni intenzione di dare una forma troppo compatta, ma sempre prevedibile, ad un’opera prima e, se in alcuni momenti è chiaro il proposito di accondiscendere a un certo sfarzo compositivo, alla fine i Grammophone se ne escono a testa alta, sfoggiando un talento creativo evidente e una padronanza esecutiva davvero notevole, cosa rara di questi tempi e per chi si affaccia da “principiante” sulla scena musicale nostrana.

Track List

  • Oltrenatura
  • Segreto
  • Nell’incanto
  • Botola
  • Parigi
  • Treno in c min
  • Gli orchi
  • Madame
  • Il pianto di Matilda
  • Multiverso