Poor man’s son<small></small>
− Rock, Americana

Franky Perez

Poor man’s son

2003 - LAVA RECORDS
29/09/2003 - di
La storia di Franky Perez sembra una leggenda in perfetto stile rock’n’roll: nativo di Las Vegas, parte per New York in cerca di fortuna, ma il suo viaggio si ferma a Miami, dove ha l’occasione della vita dopo i buoni auspici di un indovino. Il disco, registrato una volta tornato a Los Angeles, gli frutta subito un contratto con la Lava Records e una buona visibilità.
Di fronte a tanta buona sorte, non gli basta tener fede al voto di vestire bianco per un mese e così decide di infarcire di oggetti sacri le foto del booklet, quasi fosse una dedica al buon Dio. Niente a che vedere con la religiosità amara e disperata di Lucinda Williams: Franky ha la freschezza e l’innocenza di un esordiente, crede nel rock’roll e nel soul.
Sin dall’iniziale “Two lost angels”, si sente che le sue canzoni hanno la forza di uno Steve Earle giovanile e la piacevole malizia di un Ryan Adams convertito alla fede in suo Signore. Franky sa applicare tutti i trucchi del rock’n’roll, dal suono di un organo alla posizione di un coretto, ma sa anche costruire i brani con arrangiamenti d’archi o farcirli con un sitar elettrico.
Il sangue meticcio che gli deriva dalla madre cubana, gli permette di assumere qualche accento ispanico, suonando il tres o avvalendosi della fisarmonica di Phil Parlapiano in “Bella Maria”, che sembra una ballata dei Los Lobos.
C’è qualche peccato di gioventù, dovuto a un desiderio di suonare la propria musica che doveva essere giunto ormai al limite: così si spiega l’eccessiva lunghezza dell’album, che presenta ben diciannove brani, quando sarebbe stato più che sufficiente fermarsi a quota quattordici. E così si spiega la scelta di Perez, che spesso arriva a suonare tutti gli strumenti.
Non a caso risultati migliori arrivano con l’accompagnamento degli Highway Saints: “Cold hard rain” è un blues umido e scuro, in cui la band contribuisce in maniera determinante all’atmosfera straziante del pezzo. Allo stesso modo “Leave me alone” ha i crescendi soul della E Street Band, mentre “American classic” meriterebbe di appartenere al catalogo di Otis Redding.
Perez ha un approccio molto emotivo, sia nella performance vocale che nell’arrangiamento, al punto che a volte finisce per abusare ingenuamente di suoni, che sono sì molto rock, ma anche già sentiti, come il ritmo di “Cecilia” o il riff di “Class act”. Non gli viene mai però a mancare l’istinto da vero rocker, nel comporre singoli con un grip immediato, nell’interpretare pezzi che da soli non andrebbero oltre la media e nel lavorarli in studio anche con qualche loop e bass drum.
“Poor man’s son” è il lavoro di un sicuro talento, che speriamo non scompaia come Andrew Dorff o non si lasci risucchiare dall’ambizione come Ryan Adams.
Qualunque sia la sua strada, per ora questo disco è da prendere senza chiedersi troppe ragioni, come una promessa piovuta dal cielo.

Track List

  • Two Lost Angels|
  • Cecilia|
  • Something Crazy|
  • Again|
  • Beautiful Mistakes|
  • Life On The Edge|
  • Southwest Side|
  • Cry Freedom|
  • Class Act|
  • Cold Hard Rain|
  • Leave Me Alone|
  • American Classic|
  • Love and Hate|
  • Bella Maria|
  • Forever 17|
  • Angel Park|
  • Love, Soul Rock´N´Roll|
  • America (you are a part of me)