Uscito la scorsa primavera per la meritoria etichetta leccese Dodicilune, Cor Cordis mescola ispirazioni diverse, in un alternarsi di materiali “alti” e “bassi” che ben rispecchiano la composita personalità del suo autore. Violinista di origini salentine, Francesco Del Prete unisce alla formazione classica l'interesse per la musica etnica e la passione per il jazz, tre filoni che fonde con un sapiente utilizzo dell'elettronica. Quel che ne scaturisce è un lavoro difficilmente ascrivibile a un unico genere. Alla rigorosa organizzazione dei pezzi e alla finezza della ricerca melodica, caratteristiche tipiche di un musicista classico, fanno da contrappunto una libertà creativa di stampo jazzistico e i colori di certe danze popolari, come quelli della taranta pugliese, ma anche atmosfere insospettabilmente più nordiche. Del Prete parte dal suono dei suoi violini, acustici o elettrificati, e lo integra con interventi mirati di altri musicisti. Il risultato sono nove brani che volteggiano a ritmo di danza, organizzati in forma di piccole suite, con alternanze e giustapposizioni di parti diverse. L'autore li ha concepiti come chiavi d'accesso al “cuore del cuore” (cor cordis) della realtà che ci circonda, nascosto sotto apparenze banali e spesso invasive, e l'ascoltatore può scegliere se percorrere questo approccio filosofico o lasciarsi semplicemente andare al gusto dell'esplorazione musicale. Il crinale da seguire è più movimentato all'inizio, per poi spianare verso un finale di maggior abbandono melodico.

L'attacco della prima traccia (Gemini) non deve trarre in inganno. Non siamo di fronte a un tentativo di banalizzazione (se così si può dire) della musica colta, su una strada già tentata da altri, e nemmeno a un eccesso di loop ed effetti che tolgono calore alla musica. L'ascolto attento ripulisce in fretta queste sensazioni iniziali, restituendoci un lavoro omogeneo e ben congegnato. La danza che connette tutto lo sviluppo del primo brano richiama il Salento ma anche l'Irlanda, in un'originale specchiarsi di radici etniche, ma c'è spazio anche per un paio di azzeccate aperture solistiche. Lo gnomo si apre con l'impacciato caracollare del trombone (Gaetano Carrozzo) che ben presto si allinea al violino, fino a culminare in una marcia che richiama quella di una banda di paese. L'immanenza delle note iniziali di Il teschio e la farfalla, pizzicate con le dita, resta sullo sfondo come un arcano richiamo, mentre l'archetto comincia a volteggiare libero. L'alveare omaggia l'hard bop ma anche lo swing della tradizione, con l'immancabile sequenza di assoli in cui trova posto anche il sax soprano di Emanuele Coluccia. Acido balkaniko, a tempo dispari, si nutre dei suoni di quello che per un pugliese è il “vicino Oriente”, cioè le terre che stanno appena al di là dell'Adriatico, anche se un inaspettato esperimento di scat singing (con la voce Lara Ingrosso, anche produttrice del disco) occupa buona parte del pezzo.

Archiviati gli omaggi alle musiche ai ritmi che hanno contribuito a formare la personalità artistica dell'autore, la parte finale di Cor Cordis si ripiega in un clima introspettivo e intimamente lirico, grazie anche all'innesto del violoncello di Anna Carla Del Prete. Tagliato come un quartetto d'archi, Specchiarsi alterna un andamento dolente, austero, quasi spirituale, con una melodia struggente, per poi librarsi in un finale “aereo”. Le stesse sensazioni pervadono L'attrice, forse la costruzione più complessa del disco, grazie all'intreccio di sezioni diverse che convergono sempre in un sereno quadretto melodico, di quieta atmosfera un po' più nordica.

 

 

 

 

Track List

  • Gemini
  • Lo gnomo
  • Il teschio e la farfalla
  • L`alveare
  • L`inganno di nemesi
  • Acido balkaniko
  • Specchiarsi
  • L`attrice
  • Tempo