Dream Dance<small></small>
− Jazz

Enrico Pieranunzi

Dream Dance

2009 - CamJazz
20/07/2009 - di
Verso la fine degli anni ’50 Bill Evans dava vita ad un’importantissima innovazione nel jazz, il cosiddetto ´piano trio´. Prima di lui altri artisti come Oscar Peterson o Bud Powell avevano realizzato lavori in combo a tre, tuttavia Evans fu il primo a creare una realtà gestalt in cui il risultato finale era di gran lunga superiore alla somma delle parti. La chiave di tutto stava nell’interazione e nei passaggi di staffetta (interplay) tra i musicisti, abbandonando l’approccio del solista accompagnato e varando la dimensione del gruppo integrato nel quale i tre strumentisti erano solisti al medesimo livello di contribuzione. Pieranunzi è oggi una delle più prestigiose espressioni del nostro jazz ed uno dei più originali interpreti di questo approccio. Nato nel 1949 e presto iniziato agli studi musicali dal padre, Pieranunzi ha solide basi classiche ed ha lavorato come pianista da solo, in gruppi ed in collaborazione con le massime firme del jazz internazionale. Il trio in questione compie i 25 anni di presenza nell’arena del jazz, così come l’altro celeberrimo combo di Keith Jarrett, anche se le analogie si limitano a questo elemento cronologico. Il lavoro in questione è datato 2004 ma per ragioni non note viene presentato solo oggi su disco; meglio tardi che mai. Il titolo richiama un messaggio ritmico (dance) ed onirico (dream) e, più o meno, risulta efficace nel dare un’idea preliminare del risultato. Diversi brani sono in tempo dispari e spesso anche nei tempi pari l’interplay crea sospensioni ed irregolarità che danno vitalità all’esecuzione. Su questo tappeto ritmico instabile il piano imposta linee melodiche ampie e delicate, articolate su frasi riprese ed interposte a spunti di improvvisazione e di variazione sul tema base; i rapporti tra frasi ed intermezzi sono comunque sempre equilibrati a difesa del lirismo delle esecuzioni, che mantengono un carattere di riconoscibilità e gradevolezza. Se al piano è lasciato il compito del canto al basso viene assegnato il ruolo della variazione melodica oltre che del sostegno ritmico, con una presenza che non si interrompe mai, capace di non prevaricare e di non scomparire; qui gioca molto la classe nel ruolo di Marc Johnson, non a caso l’ultimo bassista di Bill Evans. La batteria di Baron è infine la fonte di energia del gruppo e fa da collante su tutti i passaggi principali. Indicare i brani migliori è impresa ardua e sterile, tuttavia volendo citare i più rappresentativi delle caratteristiche di fondo del lavoro si possono ricordare ´No-nonsense´ (danza in ¾ con timbri onirici, cadenze lievemente irregolari ed aspetti di coralità), ´Castle of solitude´ (cantata, evocativa con grande sinergia tra piano e basso) e la title track (anch’essa in ¾ con melodie discendenti ispiratrici di serenità). Caldamente consigliato.

Track List

  • End of diversion
  • No-nonsense
  • As never before
  • Castle of solitude
  • Peu de chose
  • Nippono ya-oke
  • Pseudoscope
  • Dream dance
  • Five plus five

Enrico Pieranunzi Altri articoli