We built a fire<small></small>
− Cantautore, Americana

Donal Hinely

We built a fire

2003 - SCUFFLETOWN RECORDS
24/08/2004 - di
È vero che in America di cantautori ce ne sono tanti, forse troppi, che affollano la scena roots senza portare nulla di nuovo. Eppure ce n’è sempre qualcuno su cui vale la pena soffermarsi. Anche se non ha pezzi da urlo. Anche se il suo disco è ormai uscito da più di un anno. Anzi, proprio questi sono motivi che confermano la bontà della musica di Donal Hinely, capace di durare.
Lui è un ragazzotto del Texas, spalle larghe e berretto da baseball ben calcato in testa: sembra il tipico americano della middle-class, invece è uno che se ne è andato fino in Australia e poi è tornato passando avventurosamente attraverso l’Asia e l’Europa. Potreste averlo visto suonare in qualche pub o in qualche stazione della metro e aver pensato che non se la cavava male: in effetti, se come lui in America ce ne sono tanti, bisognerebbe che qualcuno se ne prendesse davvero cura, come facevano i talent-scout di una volta.
Una volta tornato a casa, Donal si è dato una ripulita, ha messo ordine nelle sue canzoni e si è messo all’opera per rinvigorirle: così si è fatto un nome a Nashville e si è trovato a poter fare un disco coprodotto da David Henry (R.E.M., Widespread Panic, Cowboy Junkies, Josh Rouse), suonato tra gli altri con Will Kimbrough (Todd Snider, Rodney Crowell), Kim Richey, fresca di nomina ai Grammy, e Ken Coomer degli Wilco alla batteria. Messa così, sembrerebbe che “We built a fire” sia il disco della next big thing dell’Americana, invece Donal ha un approccio intimo, una sorta di piccolo John Prine o di un giovane Lyle Lovett.
Le sue sono canzoni buone e gentili, attraverso cui propone il proprio punto di vista del rock e del sogno americano: ballate cariche di disincanto, che toccano con discrezione. Innanzitutto la glass harmonica, pratica applicata ai bicchieri ereditata dal fratello scomparso in un incidente, che Donal adotta in più di un brano, trovando un suono particolare, carico di finezza, poi le chitarre di Kimbrough, esperte nel costruire intarsi semplici ed efficaci, e l’uso delle seconde voci, per sottolineare melodie mai scontate.
Il limite di “We built a fire” è che qualche pezzo suona un po’ di maniera, quando il tiro tende ad alzarsi in “Take my heart” e in “Twisted”, ma l’insieme è comunque di livello eccellente, con punte in “Promise of a dream” e in “Hey Paul Revere”: se il primo è un esempio di cantautorato sobrio, con cello, wurltzer e percussioni, il secondo dimostra come Hinely possa dire la sua su un suono mainstream, dai sapori traditional. I cori dei Lagavulin Brothers e la tromba dello stesso David Henry caricano di soul il pezzo, tramutandolo in una marcia che poteva osare anche di più.
Questa umiltà e questi particolari fanno ben sperare per il futuro: Donal potrebbe mettersi, per esempio, sulla strada di Matthew Ryan. Dalla sua ha canzoni che bruciano piano e che scaldano tutta notte.

Track List

  • Gasoline|
  • Drunkard moon|
  • These are the days|
  • 4225 Wellington arms|
  • Take my heart|
  • Cynthianna|
  • Hey Paul Revere|
  • Easier|
  • Long way home|
  • Promise of a dream|
  • Henry Ford|
  • Twisted|
  • We built a fire

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