Dionysus <small></small>
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Dead Can Dance

Dionysus

2018 - Pias
09/11/2018 - di
Tra qualche anno il duo formato da Lisa Gerrard e Brendan Perry, più comunemente conosciuto come Dead Can Dance, compirà complessivamente quarant’anni di carriera, anche se non si tratta di una storia senza interruzioni. Un cammino musicale incentrato sulla suggestioni di altri tempi e la ricerca di altri mondi. Paralleli o incastonati nel passato.

La loro Musa ispiratrice da sempre è apparsa con le forme e i colori delle tradizioni folk, secolari o religiose che fossero, nonché le pratiche spirituali assunte come linee guida da intere popolazioni e comunità sociali.

In attesa del loro nuovo tour il prossimo anno, il duo anglo-australiano esce con Dionysus, nono album in studio firmato DCD dal lontano 1984. Dioniso dunque, il dio greco dalla duale sessualità, simbolo della liberazione dei sensi, dell’ebbrezza, dell’estasi, evocato nelle feste del raccolto e seguito in ogni pratica mistica volta ad alimentarsi dell’esistenza vita nella sua visione d’origine quale insopprimibile carica istintuale, smodata, selvaggia, pura natura non contaminata dalla ragione e per questo, come Friedrich Nietzsche introdusse nella sua filosofia, categoria estetica opposta e contraria a quella dell’apollineo e censurata tanto da Cattolicesimo quanto dall’Islamismo.

Il disco si presenta come un tradizionale oratorio profano e mitologico, diviso in atti e movimenti, con momenti dialogici (anche se non recitativi) tra le due voci (a Brendan il ruolo del narratore rapsodico che cuce la storia, alla celestiale Gerrard quello di sacerdotessa che eleva suoni e canti sacri con fonemi e lemmi ultraterreni) che s’intrecciano a coro e un tessuto musicale che, tra tamburi, flauti, cornamuse e la gadulka (uno strumento a corde bulgaro molto affine alla lira) celebra e racconta il rito avvalendosi anche di un portentoso uso di field recording (stormi di uccelli da Brasile e Messico, onde del mare, greggi al pascolo in Svizzera, ronzii di alveari neozelandesi) per evocare una celebrazione del culto più penetrante e suggestiva.

Se nel loro momento più aureo (Spleen and Ideal; Within The Realm Of A Dying Sun; The Serpent’s Egg; Aion; Into The Labyrinth) i Dead Can Dance hanno mirato più a trasportarci a un Tempo diverso dalla contemporaneità, una catapulta senza appoggi tra epoche ed età (non necessariamente registrate dalla Storia), da Spiritchaser a oggi il loro percorso musicale è guidato dalla suggestione emozionale di luoghi, comunità nascoste, popolazioni colte nella loro unione sociale.

Un’opera che comunque segna un nuovo capitolo nell’arte musicale del duo, piuttosto lontano dal precedente Anastasis per colore, timbro e sviluppo sonoro (là più oscuro, esoterico, solenne e sperimentale qui più tribale, ritmico, a tratti ipnotico nella reiterazione melodica). Cucito con la loro sempiterna eleganza e raffinatezza. Una nuova stella nella loro discografia.

Track List

  • ACT I
  • Sea Borne
  • Liberator Of Minds
  • Dance Of The Bacchantes
  • Act II
  • The Mountain
  • The Invocation
  • The Forest
  • Psychopomp

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