Zion crossroads<small></small>
− Reggae

Corey Harris

Zion crossroads

2007 - Telarc
24/10/2007 - di
Corey Harris è un musicista intelligente e preparato che giustamente affronta la musica come uno strumento di ricerca artistica, sociale e personale. Per questo nel suo percorso è chiaramente individuabile una linea, neanche tanto sottile, partita dalle radici del blues (Mali, Mississippi) e prolungatasi fino a toccare territori più aperti della black music (Caraibi, Jamaica).
La tappa segnata dal precedente “Daily bread” aveva offerto un impasto saporito di generi che ora si è raddensato in un suono smaccatamente reggae.
Se fino a pochi anni fa, diciamo fino a “Mississippi to Mali” (2003), avevamo ammirato la sua coerenza e personalità nel trattare elementi specificatamente blues, ora ci troviamo di fronte ad un musicista che sfrutta quella competenza per sfornare un’amalgama più colorata, anche più accessibile.
Premesso che non si deve per forza battere sempre la stessa strada e che ogni artista ha il diritto di tentare nuove vie, fatichiamo a comprendere la scelta di Harris, soprattutto perché questa non sta dando in studio risultati alla sua altezza.
“Zion Crossroads” è un disco medio, del tutto privo di tracce di rilievo, quasi che la scrittura e le interpretazioni di Corey si smarrissero e perdessero la loro incisività in questo plot reggae.
Da un musicista dotato e maturo come lui, che tra l’altro dal vivo continua ad insegnare blues, ci aspettiamo una consistenza diversa.
Non che questo album sia mal suonato, anzi, è ricco di parti ritmiche, bassi, fiati, vocals, piano ed organo. E non manca nemmeno quella coscienza che da sempre impregna i lavori di Harris: ci sono rimandi alla cultura etiope, all’antico testamento e parecchie tracce impegnate tra cui “Sweatshop” e “Walter Rodney”, quest’ultima dedicata ad uno scrittore della Guyana assassinato per le sue idee rivoluzionarie, solidali con gli oppressi.
Quello che manca è la chitarra di Harris con i suoi profondi riflessi, che compaiono solo nell’intro di “Walter Rodney”. Per il resto ci sono interventi leggeri, con poco groove, che non intaccano il suono lasciando spazio anche alla voce di un deejay, a qualche eco dub e ad un fiddle dal vago profumo roots.
Harris si conferma eclettico e dà prova di buone capacità da studio, ma solo in “Afrique (Chez Moi)” imbastisce un suono corposo, denso, che non difetta di consistenza. Per il resto non si può certo dire che il suo reggae poggi su un approccio radicale né che abbia la faccia dura di chi reclama giustizia e coerenza: numerose sono le concessioni ad un pop che non impressiona, come “No peace for the wicked”, poco più di una canzoncina, o come la conclusiva “Keep yopur culture”, un innocuo soul da predicatore.
Corey Harris continua ad essere un artista da seguire, ma gli incroci a cui è giunto in “Zion crossroads” hanno uno spessore più sociale-spirituale che musicale.

Track List

  • Ark Of The Covenant|
  • No Peace For The Wicked|
  • Heathen Rage|
  • Sweatshop|
  • In The Morning|
  • Fire Go Come|
  • Walter Rodney (intro)|
  • Walter Rodney|
  • Afrique (Chez Moi)|
  • Cleanliness|
  • Plantation Town|
  • You Never Know|
  • Keep Your Culture

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