Daily bread<small></small>
− Reggae, Blues

Corey Harris

Daily bread

2005 - ROUNDER
15/07/2005 - di
Dopo “Mississippi to Mali” da Corey Harris mi sarei aspettato un altro disco fortemente blues, se non così acustico e radicato in quella che è la terra d’origine di questa musica, cioè il Mali, almeno fondato sulle battute scarne ed essenziali del genere trapiantato e coltivato poi in America. Invece “Daily bread” non è un disco di blues.
Poco male, perché, una volta superato l’iniziale senso di spiazzamento, ci si rende conto che Corey Harris sta continuando quel viaggio all’interno delle radici della musica nera di cui il precedente disco era stata una delle tappe più autorevoli.
Questa raccolta spazia infatti all’interno della black music con un approccio variegato, più simile ma ancora più aperto di quello con cui era stato condotto “Downhome sophisticate”: “Daily bread” passa con autorevolezza dal reggae al soul, dal roots al rhythm’n’blues, con leggerezza e profondità.
Quello che stupisce è la sua luminosità e solarità, caratteristica che finora Corey Harris aveva riservato a qualche singolo brano: qua invece è tutto l’album a prestarsi ad un ascolto piacevole e contagioso, comunque condito con la solita ricerca strumentale che è ormai prerogativa di Harris.
Gli arrangiamenti sono costruiti con chitarre acustiche ed elettriche, che rivelano ancora una volta la competenza in materia di Harris, e soprattutto con una varietà di strumenti anche etnici tra cui djembe, dju djun, bamboo flute e claves. Ancora una volta emerge lo studio condotto da Harris sulla musica e sulla cultura afro-americana: anche i testi sono un segnale importante che si muove di pari passo con la musica rivendicando e cantando un’identità precisa, senza assumere posizioni militanti, ma mantenendo im impegno civile educato e cosciente.
È inevitabile il riferimento a Bob Marley nelle tracce più reggae, o, se volete, ad un Ben Harper come non sentiamo da tempo, ma nel disco c’è molto di più: è il tentativo di presentare la capacità pregnante e l’ampiezza stilistica della musica nera attraverso i suoi colori più vivaci e contagiosi.
Particolarmente efficace sono gli interventi del violino di Morwenna Lasko, delle tastiere di Henry Butler (organo, pianoforte, wurlitzer), della tromba di Olu Dara e il lavoro onnipresente delle percussioni. Sono infatti le invenzioni ritmiche a variare di continuo il disco dai groove di “A nickel and a nail”, “Mami Wata” e “Lamb’s bread”, di fronte ai quali è difficile non muoversi, alle tracce in pieno roots come la title-track e “Big string”.
Gli episodi migliori sono comunque “Khaira” in cui torna a sentirsi il richiamo del Mali e “The Bush is burning”, un reggae che pulsa di attualità come una vera e propria invettiva politica. In conclusione ci sono un paio di ghost-track: il talking-blues di “The peach” e una traccia dub che chiudono giustamente il cerchio.
“Daily bread” non sarà un disco blues, ma non se ne sente la mancanza.

Track List

  • Daily Bread|
  • I See Your Face|
  • Got to Be a Better Way|
  • A Nickel and a Nail|
  • The Sweetest Fruit|
  • Mami Wata|
  • Lamb´s Bread|
  • Just in Time|
  • Khaira|
  • Big String|
  • More Precious than Gold|
  • The Bush Is Burning|
  • The Peach

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