The headphone masterpiece<small></small>
− Americana

Cody Chesnutt

The headphone masterpiece

2002 - READY SET GO!
15/02/2004 - di
Cody ChesnuTT è un caso. Ha fatto un disco, che è stato tra gli esordi più interessanti dell’anno scorso: grande voce soul, un suono tutto suo, carico di groove e molto cool, senza essere ruffiano o moderno.
Eppure qualcosa non va: troppa ambizione. Non che questo sia un male, perché l’ambizione è nutrimento dell’arte, ma Cody se ne nutre in maniera smodata: ad insinuare il dubbio non è solo un titolo spropositato, “The headphone masterpiece”, e una doppia T voluta per differenziare il proprio nome. È soprattutto un album pasticciato, che meglio, molto meglio avrebbe suonato con qualche pezzo in meno, magari riducendo il tutto ad un solo cd. Un album, che salta troppo qua e là, da un genere all’altro, con una sfilza di canzoni non finite, solo abbozzate, che durano un attimo e non si lasciano sviluppare. Quasi una provocazione.
È un peccato, perché Cody ChesnuTT dispone di un grande talento e di intuizioni notevoli, che lo hanno portato ad avere subito un suono riconoscibile, vintage e fascinoso come quello degli LP soul e rhythm’n’blues di almeno vent’anni fa. Non retrò, ma molto rock’n’roll, nel suo essere scarno, al punto da non sfruttare (volutamente?) appieno le proprie potenzialità, come dimostra il singolo “The seed” (poi portata alla ribalta con The Roots). Le canzoni di ChesnuTT fanno muovere: il ragazzo tende a spingere un po’ troppo su un beat funky e rap, ma i suoi pezzi catturano, pretendono e ottengono attenzione.
L’impressione è che Cody liberi la sua musica, con la convinzione che essa non ha bisogno di essere trattata ed arrangiata per colpire: di fronte ad intermezzi come “Enough of nothing”, dove in cinquanta secondi riesce a creare un collegamento immediato tra il soul e i Beatles, non si può che dargli ragione. Ma poi l’album si riempie anche di pezzi che mancano degli sviluppi e delle variazioni di una band, che fanno saltare sulla sedia alle prime note, ma che poi vi lasciano sedere, soffrendo di monotonia.
A sentire cosa riesce a fare quando finalmente si dedica ad una canzone compiuta, si può solo rimpiangere cosa “The headphone masterpiece” non è stato. Pezzi come “Serve this royalty” dimostrano che ChesnuTT ha davvero nel sangue una musica sua, che punta ad una sintesi istintiva della black music: anche quando aggiunge una tromba ad un tappeto soul, con organo, fiati, effetti e spoken, il suono rimane scarno, dà l’impressione di essere costruito con poco. E questa è la prerogativa dei grandi, di chi ha grandi pezzi. E una grande voce: sentire come “She’s still here” arriva al falsetto passando da una melodia che sussurra qualcosa nell’orecchio ai Beatles. L’ascolto completo di “The headphone masterpiece” provoca qualche irritazione, ma, in tempi in cui Prince è sempre più chiuso nel suo folle mondo e in cui Ben Harper non fa che svendersi al music biz, Cody ChesnuTT potrebbe andare ad occupare quel posto vacante in cima alla musica soul.

Track List

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