Birth of Violence<small></small>
Rock Internazionale − Alternative − Dark - Folk

Chelsea Wolfe

Birth of Violence

2019 - Sargent House
28/09/2019 - di
‘Queen of Darkness’. Nessuna tra coloro che oggi calcano i palcoscenici musicali merita tale definizione più di Chelsea Wolfe. Per l’aspetto da Regina cattiva di Biancaneve, certo, ma pure per i generi praticati fin dall’album di debutto del 2010: The Grime and the Glow. Nei suoi dischi, l’elettronica si alterna ad arrangiamenti doom metal degni dei Sunn O))), mentre le atmosfere gotiche sono sostenute da stilemi che si rifanno a certo folk disperato di Townes Van Zandt, alle canzoni più funeree di Cohen e Cave, alle tante perle rese opache dal mal di vivere regalate dai cataloghi di P.J. Harvey, Nico, Björk e Diamanda Galàs. E al lavoro di Michael Gira, con o senza gli Swans. A quell’esordio sono seguiti, prima di  Birth of Violence, pubblicato il 13 settembre ultimo scorso, altri quattro album. E se in nessuno di essi mancavano composizioni acustiche, dall’impianto prettamente folk, il tono generale ‒ soprattutto in Abyss (2015) ed in Hiss Spun (2017) ‒ era dettato dal suono distorto della chitarra elettrica. Suono che manca invece del tutto in questo ultimo lavoro.

Il lato oscuro dell’animo umano ‒ la sofferenza, la rabbia, il terrore, l’angoscia ‒ è la primaria fonte di ispirazione per l’artista californiana ma rappresenta al contempo il filo conduttore delle sue opere, i cui testi da brividi sono i più adatti ad accompagnare una produzione sonora guidata dall’estetica del sublime. I cambiamenti nella percezione del reale così come i bagliori di autocoscienza sono i benvenuti, perché possono dare una scossa al fosco degradare dello spirito: «Guess I needed something to break me / Guess I needed something to shake me up» sono versi del pezzo d’apertura, ‘Mother Road’, il cui testo ribadisce poi come mutare la disposizione d’animo nei confronti dell’altro da noi risulti allo stesso tempo traumatico e salutare («Afraid to live, afraid to die / Building a broken but precious web»). Wolfe canta con gelida intensità l’abisso, il vuoto di senso custoditi negli anfratti più bui del cuore degli umani. Con la caratteristica non-dualità propria del sublime, tuttavia, Chelsea risulta pure capace di comunicare con ingenua, ineffabile dolcezza l’immedicabile solitudine dell’artista destinata a vagabondare da un palcoscenico all’altro, e sembra quasi reclamare un abbraccio («Houses of the holy / Whispers of the lonely / Just can’t seem to keep me / Off this lost highway» - “Highway”). Riferirsi alle venues e alle platee che fanno da contesto all’esibizione dei musiciti col termine “Houses of the holy”, di pura ascendenza ledzeppeliniana, non pare un caso, considerata la capacità del Martello degli Dei di produrre con la sua musica un piacere paradossale nel dispiacere. La violenza cui allude il titolo dell’album assume, coerentemente con la poetica decadente delle composizioni, dei tratti polisemici. Essa allude certo alla circostanza di essere stati catapultati in un mondo ostile, dominato dalla brutalità, ma abbraccia anche la forza vitale, salvifica dell’emozione. La violenza non è insomma solo quella subita da chi sta, da sola, sul cuore di una terra senza dei, ma pure quella esercitata da chi rivendica la sacralità del proprio stare-al-mondo, come suggerisce icasticamente l’immagine di copertina ispirata all’iconografia di Giovanna d’Arco.

Abbandonate le sonorità metalliche a favore di suoni acustici arrangiati in maniera sofisticata ed elegante, impreziositi in fase di produzione da un uso sapiente del riverbero, Chelsea Wolfe sembra aver imboccato la stessa strada che a suo tempo disimpegnò Mark Lanegan dall’agonizzante scena grunge per condurlo nell’universo del songwriting di stampo folk, pur non abiurando gli stilemi rock che rendono memorabile un pezzo come ‘Deranged for Rock & Roll’. A garantire il successo dell’iniziativa è la dote di una voce evocativa, ammaliante, stregonesca, essa stessa vero e proprio strumento musicale. Bird of Violence cresce a dismisura con gli ascolti e si candida a far parte del ristretto numero di eccellenze che hanno beneficato le orecchie e l’anima degli appassionati in questo 2019.

 

Track List

  • The Mother Road
  • American Darkness
  • Birth of Violence
  • Deranged for Rock & Roll
  • Be All Things
  • Erde
  • When Anger Turns to Honey
  • Dirt Universe
  • Little Grave
  • Preface to a Dream Play
  • Highway
  • The Storm