The letting go<small></small>
− Folk, Cantautore

Bonnie `prince` Billy

The letting go

2006 - Drag City
04/12/2006 - di
Dopo gli esercizi nashvilliani di “Greatest Palace music”, i frammenti live di “Summer in the Southeast” e le sperimentazioni con i Tortoise di “The brave and the bold”, il tutto a dire il vero abbastanza fiacco, Bonnie Prince Billy sembrava aver intrapreso la fase calante della sua carriera, complice anche una prolificità troppo assecondata.
“The letting go” è invece un disco che riporta Oldham ai suoi livelli, certo non al picco di “Ease down the road” ma poco distante dai vertici di “I see a darkness” e “Master and everyone”.
Come tutti i suoi predecessori più o meno riusciti, anche questo lavoro è a suo modo un’isola e non a caso è stato registrato in Islanda. L’atmosfera in cui sono calate le canzoni è proprio quella di un idilliaco esilio in cui l’ambiente contribuisce insieme agli strumenti a definire la musica: non si tratta solo di una questione di umore, ma di una precisa scelta di approccio e di suono.
Forse influenzato proprio da un luogo come Reykjavik e dintorni, Bonnie Prince Billy è tornato a fare un disco da eremita posando gli arrangiamenti in modo raccolto per cogliere ogni sfumatura insita nei brani: ritroviamo quindi il suo caratteristico sfiorare in profondità, in questo caso con qualche intervento di archi (due violini, viola e violoncello), un flugelhorn, qualche tocco di piano elettrico e sporadici fili di keybaords e percussioni. A questo va aggiunta la voce femminile di Dawn McCarthy, determinante nel sollevare i pezzi con qualche aria che sembra portare con sé reminiscenze di correnti antiche, vagamente tra il celtico e il medioevale.
Fondamentale nel definire e far sentire l’ambiente è anche la batteria di Jim White: il tutto va a comporre un folk-blues molto evocativo e garantisce alle canzoni una profondità introspettiva. La musica pare sorgere dal silenzio della natura, pura ma allo stesso tempo sofferta: “The letting go” non è un disco da consumare in fretta e, se si ha pazienza, si possono scoprire canzoni in bilico tra il lieve e il grave, come i primi tre splendidi pezzi.
Quella che ad un fugace ascolto risulta una raccolta flebile, composta di nenie sussurrate, si rivela col tempo un lavoro teso e anche vario: gli archi che muovono “Cursed Sleep”, le vocals che saltellano nella seconda parte di “Big Friday” e l’inattesa drammaticità elettrica di “The Seedling”.
Qualcosa si perde man mano si va verso il finale con i pezzi che tendono ad allungarsi, quasi che l’autore si stesse dedicando ad un esercizio di preghiera, ma poi in conclusione una ghost-track, in cui le spazzole creano un effetto risacca, lascia col senso del mistero ancora intatto.

Track List

  • Love Comes to Me|
  • Strange Form of Life|
  • Wai|
  • Cursed Sleep|
  • No Bad News|
  • Cold & Wet|
  • Big Friday|
  • Lay and Love|
  • The Seedling|
  • Then the Letting Go|
  • God´s Small Song|
  • I Called You Back