ROOTS AND BRANCHES<small></small>
Jazz Blues Black − Blues

Billy Branch & The Sons Of Blues

ROOTS AND BRANCHES

2019 - Alligator Records / IRD
15/10/2019 - di
Billy Branch non ha bisogno di presentazioni, o almeno, non dovrebbe averne. Tuttavia, ci fosse qualcuno che ancora non lo mette a fuoco, che lo confonde nella schiera di coevi armonicisti blues, oppure, ci fosse chi da poco ha contratto la malattia blu, allora è il caso di dire che Billy Branch oggi è - almeno per chi scrive – la blues harp più espressiva del convento.  In fatto di Chicago style, una voce, uno strumentista, che ha pochissimi rivali. Ci sono voluti cinquanta anni di palco, di affinazioni del suono che senza inutili overblow ha raggiunto più di un primato con lode. Soprattutto c’è voluto, ad anni dieci, il fato di un’armonica incontrata a Los Angeles, il tornare al genius loci di Chicago la città emblema del blues. E ancora, hanno avuto il loro ruolo, la determinazione, la frequentazione, il rispetto, conquistato, live e in person, presso la corte di figure mitiche come Big Walter Horton o Junior Wells. Insomma si cresce, si lima, s’impreziosisce e se hai maestri indiscussi, benevolenti, come sono stati James Cotton o Carey Bell la strada è più dolce.  Così, se John Primer, in occasione del centenario della nascita di Muddy Waters ha legittimamente guidato la realizzazione di Muddy Waters 100, splendido album Alligator al quale ha partecipato lo stesso Billy Branch, non poteva essere che quest’ultimo - con medesima legittimità - a proporre la memoria ragionata di Marion Walter Jacobs, al secolo Little Walter, quel un mostro di bravura che è stata l’armonica più importante, innovativa, nella storia del city blues moderno. L’ho detto.

 Roots And Branches – The Songs of Little Walter ci porta in dote quindici brani cantati e suonati da Billy Branch con il prezioso ausilio di Sumito Ariyo Ariyoshi (piano), Giles Corey (chitarra), Marvin Little (basso), Andrew Blaze Thomas (batteria) e Shoji Naito (chitarra). Ovvero, l’attuale formazione dei Sons of Blues.

 Il disco è degna opera di Bruce Iglauger che della Alligator ne è il patron, un lavoro che riepiloga, ma non musealizza Little Walter. Non c’è ombra di nostalgia nel disco ma solo il gusto per la tradizione e la filologia. Il ritrovare, il ribadire il soffio del piccolo Walter per portarla qui da un altro tempo, da altri odori, altri sapori. Operazione misurata, niente che ricordi Chicago Blues A living History del 2009 con Billy Boy Arnold, John Primer, Lurrie Bell. Del resto come fai a scegliere nella produzione di Little Walter? Frugare nel baule di chi nell’arco di soli quindici anni ha pubblicato non meno di un centinaio di titoli per la Chess. Forse, e si concorda, è risultato più utile restituire al meglio un tributo relativo al periodo più convincente di Little Walter, strippando in testa quello appena fuori dalla collaborazione con Muddy Waters e in coda quello contaminato dalla necessità di monetizzare, far fronte al debito incolmabile di bacco, tabacco, (dado) e venere.  Demoni suoi.

 Ad esclusione forse di Hate to See You Go (1969), i brani inseriti abbracciano il periodo più prolifico e seminale di Little Walter. Come noto, non tutti gli hit di Little Walter sono farina del suo sacco. My Babe (1954), Mellow Down Easy (1954) portano la firma di Willie Dixon, che in Chess faceva e disfaceva, Just Your Fool (1953) è di Buddy Johnson, Key of the Highway è Big Bill Broonzy. Giova ripetere: la scrittura altrui non inficia l’interpretazione se è questa a determinare carisma e personalità di chi fa proprio il brano. Per capire, Hoochie Coochie Man di Willie Dixon non starebbe nella storia e nella leggenda del Blues se a interpretarla non fosse stato il grande Muddy Waters. Gli altri brani sono cavalli di razza conosciuti tra i quali:  You Are So Fine (1953), Juke (1952), Last Night(1954), Blue and Lonesome (1959). C’è di cui deliziarsi.

 Ci si può chiedere, legittimamente, se l’operazione sia solo un vuoto ricapitolare. Detto in altro modo: perché ascoltare Billy Branch che suona Little Walter e invece non ascoltarsi direttamente Little Walter?

 La domanda è tutt’altro che banale soprattutto quando la produzione originale e disponibile di Little Walter è ancora viva e non deteriorata dal tempo. Si può rispondere che andarsi a riascoltare Little Walter, come anche altri grandi del Blues, è sempre cosa buona e salutare. C’è sempre qualcosa di sfuggito da cogliere: una frequenza dimenticata, una piegatura della voce trascurata, un errore prolifico.  Non di meno meritevoli sono le operazioni di ri-visitazione come questa.

 Little Walter, sebbene ai più può apparire impercettibile, ha rivoluzionato gli schemi del Delta. Nasce in Louisiana, terra di ance francesi, a dodici anni è nei peggiori locali di New Orleans dove si suona il miglior jazz d’America. Ha un solo obiettivo come tanti ragazzi neri della sua generazione: svangarla dalla campagna. Sopravvive facendo il lavapiatti, il barista, ha orecchie ben aperte su ottoni eleganti. I dodici fori non gli bastano deve immettere più aria, allungare le scale in una cromatica, deve piegare le note in modo più morbido se vuole dare all’armonica le sembianze di un Misssippi saxophone e soprattutto uscirne vivo.  A Chicago arriva con questo bagaglio solo dopo la guerra con un ego ormai ben sorretto, ossessioni femminili in aumento e abitudini alcoliche perfezionabili.

Billy Branch ha un percorso meno tormentato, non deve lottare per la vita, non più di quanto deve fare un afroamericano di buona famiglia e laureato in Scienze Politiche. L’approccio al blues non potrebbe che essere diverso. Rimane quel ponte creato, costruito dalla sua generazione musicale con la tradizione unica via per condurci oggi a un Blues riconoscibile e rispettabile. Strano scherzo della vita, mentre Little Walter nel 1968 ci lascia prematuramente per mano di assassini tuttora ignoti, Billy Branch arriva un anno dopo al suo primo Chicago Blues Festival quando è ancora prodotto da Willie Dixon,  una sorta di staffetta generazionale. Forse sta qui il senso di Roots and Brances, nella sua circolarità non nella linearità storica.

 

Se girate l’immagine del disco, le radici diventano rami e i rami radici. Ecco, Billy Branch  offre aria alle radici, le fa respirare, le ammorbidisce. Sa che non sarà mai Little Walter, non gira con la pistola, non di meno fa circolare la rivoluzione sonica di una straordinaria, quanto fragile e litigiosa figura del ‘900 americano. Roots and Branches, Billy and Branch. I rami e il ramo. Una individualità e una relazione collettiva nel cerchio di spazio e tempo. Una storia e cento storie del Blues che vivono ancora oggi sorrette da questa musica. Marion Diaz, figlia di Little Walter, ce lo segnala nell’ultima traccia di un commovente quanto accorato, lieve, ricordo del padre.

Magico.

Track List

  • Nobody But You
  • Mellow Down Easy
  • Roller Coaster
  • Blue and Lonesome
  • Hate to see You Go
  • My Babe
  • Juke
  • Last Night
  • Just Your Fool/Key To the Highway
  • Boom Boom Out Go The Lights
  • It’s Too Late Brother
  • One More Chance With You
  • You’re so fine
  • Blues With Feeling
  • Remembering Little Walter By Marion Diaz (Little Walter Daughter)