I’ve got my own hell to raise<small></small>
− Soul, Blues

Bettye Lavette

I’ve got my own hell to raise

2005 - Anti
21/12/2005 - di
Ascoltando il nuovo album di Bettye Lavette mi è balzato alla memoria “Don’t Give Up On Me”, l’ album che qualche anno fa ha segnato la rinascista artistica di Solomon Burke. I due album si avvicinano non solo per la stessa casa discografica e per la produzione del maestro Joe Henry (una garanzia ormai per riscoprire dimenticati dinosauri), ma soprattutto per quel taglio nero carico di feeling che lega la voce di Burke a quella di Lavette, la più grande voce nera sottovalutata della storia del soul. Lei la regina dimenticata del Nothern Soul (fredda etichetta attribuita al suo successo riscosso in Inghilterra) ha esordito negli anni sessanta con il singolo “My Man He’s A Loving Man”, per poi passare attraverso i pilastri sacri della black music, sia incidendo per la Atlantic Records che per la Motown. Ha incassato dozzine di insuccessi perdendosi in un prolungato letargo artistico ... ma questo nel soul e nel r&b (come tra l’altro nel blues) è un sentiero “provvidenzialmente” obbligato.
Oggi la cara sessantenne Lavette è ormai un artista di culto, una validissima entertainer, che viene riscoperta rispolverando applausi e consensi attraverso la pubblicazione dell’album “A Woman Like Me” di due anni fa (premiato con il W.C. Handy Award).
“I’ve Got My Own Hell To Raise” tiene alto il ritorno sulle scene di Bettye ed è un signor disco, compatto, stracolmo di soul e r&b, suonato come dio comanda (alle chitarre Chris Bruce e Doyle Bramhall, alle tastiere Lisa Coleman, al basso Paul Bryan e alla batteria Earl Harvin). Un lavoro concentrato in quaranta piacevoli minuti distribuiti su dieci brani, divisi tra ballate e pezzi tirati su una solida formula, mai banale, sfumata tra r&b, blues e soul.
La voce commovente e drammatica di Bettye Lavette rilegge con originale personalità una selezione di cover scelte prevalentemente tra diverse autrici femminili da Joe Henry. Canzoni tristi che Bettye fa sue modificando testi e interpretando il tutto con l’appropriato spirito nero, un filtro indelebile dalla prima all’ultima nota dell’album. Sfido chiunque a riconoscere a cappella l’intro di “I Do Not Want What I Haven’t Got” di Sinead O’Connor oppure ad avventurarsi nella velenosa interpretazione di “Joy” di Lucinda Williams, colorata di nero graffiante funky quanto basta per aguzzare l’ascolto. Tra le migliori interpretazioni occorre anche segnalate “Down To Zero” della dispersa Joan Armatrading e “Little Sparrow” di Dolly Parton, scandita su una ritmica carica di pathos e sulle meravigliose note esalate dalla voce di Bettye, un collante perfetto.
Senza dubbio il black album del 2005.

Track List

  • I Do Not Want What I Haven’t Got|
  • Joy|
  • Down To Zero|
  • The High Road|
  • On The Surface|
  • Just Say So|
  • Little Sparrow|
  • How Am I Different|
  • Only Time Will Tell Me|
  • Sleep To Dream

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