Diamonds on the inside<small></small>
− Rock, Reggae

Ben Harper

Diamonds on the inside

2003 - VIRGIN
24/06/2003 - di
“Diamonds on the inside” è il sesto disco di Ben Harper, dopo i consensi raccolti con l’ultima tournèe e con il doppio spettacolare “Live from Mars”. Nelle precedenti prove in studio Harper sembrava aver smarrito il soul che aveva animato la sua miscela di reggae/folk/rock/blues in “Welcome to the Cruel World” e in “Fight for Your Mind”, suoi inarrivati capolavori. Qualche indurimento verso un hard-rock innocuo e alcune concessioni a un pop facilino avevano stemperato la sua musica, facendo temere una mutazione simile a quella subita da Lenny Kravitz.
“Diamonds on the inside” cerca di recuperare quella magia degli esordi, che Ben Harper ha sempre avuto dentro di sé, ma che troppe volte negli ultimi anni è riuscito ad esprimere solo dal vivo, trascinato dalla sua timida grazia istrionica e dalla sua fedele Weissenborn. Solo che questi nuovi brani non vogliono mettersi alle spalle i pesi più o meno leggeri sollevati a fatica con “The will to live” e “Burn to shine”.
Il difetto del disco sta proprio in questa mancata rinuncia, a cui Harper, con il suo spirito fervente, non avrebbe dovuto sottrarsi: se da una parte si passa da un genere all’altro con la consueta maestria, dall’altra si lasciano fuoriuscire soluzioni piuttosto commerciali, se non facili.
Senza voler essere gli eterni fan nostalgici del tempo che fu, constatiamo che suoni e arrangiamenti tendono ad adagiarsi sull’immediatezza di una scrittura sempre rara. Così anche pezzi azzeccati finiscono per suonare come delle ballate ammiccanti o come poco più di onesti rifacimenti: valgano come esempi la title-track che sembra una versione alleggerita di “I shall be released”, i già sentiti r&b funkeggianti di “Brown eyed blues” e di “Bring the funk”, e “Temporary remedy”, un pezzo hard rock in cui qualunque negritudine si scioglie in sbrodolii di chitarra.
Tutti i brani contengono passaggi entusiasmanti, di alta classe, ma, proprio per questo, avrebbero meritato un trattamento migliore: “Touch from your lust” ha una sensualità oscura rovinata dall’entrata facile facile di un chitarrone, mentre “When she believes” è una ballata carica di devozione a cui gli archi aggiungono troppo.
Quando invece Ben Harper sceglie di lavorare con poco, anche pezzi orecchiabili come “With my own two hands” convincono al punto da non far rimpiangere nemmeno sua maestà Bob Marley. È un peccato che non tutto il disco si sviluppi con la stessa sintesi, perché ci sono pezzi che che avrebbero meritato di essere collocati in un album da ricordare: lo slide blues con tanto di cori e battimani di “When it’s good” o le dosatissime “Blessed to be a witness” e “Amen Omen”. Il capolavoro del disco è “Picture of Jesus”, eseguita quasi tutta a cappella con le voci dei Ladysmith Black Mambazo, come fosse un gospel africano.
Sono pezzi come questo che ci ricordano ancora che Ben Harper è uno dei pochi che ha visto la luce e che può riuscire a farla ricomparire quando vuole, con la sua musica.

Track List

  • With My Own Two Hands|
  • When It´s Good|
  • Diamonds on the Inside|
  • Touch from Your Lust|
  • When She Believes|
  • Brown Eyed Blues|
  • Bring the Funk|
  • Everything|
  • Amen Omen|
  • Temporary Remedy|
  • So High So Low|
  • Blessed to Be a Witness|
  • Picture of Jesus|
  • She´s Only Happy in the Sun

Ben Harper Altri articoli