Lower Highland To Paradise<small></small>
Rock Internazionale − Alternative − Jam

Apple City Slough Band

Lower Highland To Paradise

2018 - Apple City Slough Band
06/04/2019 - di
"Internet è un posto meraviglioso". Così mi ha risposto Jamie Norton, leader e cantante degli Apple City Slough Band quando, sorpreso (dall’Italia???), ha ricevuto la mia richiesta di info sul loro, introvabile, CD. Ed in effetti difficile dargli torto quando si pensi che, fino a qualche anno fa, sapere dell’esistenza di band ad album del genere, sarebbe stato pressoché impossibile. Un errore di digitazione su Spotify mi ha portato di fronte a questa band ed a questo album. Gli Apple City Slough Band arrivano da Watsonville, la Apple City della Contea  di Santa Cruz, California, ed ecco spiegata la provenienza del nome scelto dalla band, che si presenta come una Americana Mountain Jam Rock Band. La storia piuttosto usuale, uguale a quella di tante band che compongono la geografia sterminata degli States, racconta di concerti su concerti, strada macinata, sacrifici nei week-end o sfruttando le pause che il lavoro concede ai musicisti, che è gente che lavora per vivere, ma che non rinuncia alla passione per la musica. E dopo tutto questo tempo trascorso suonando in giro, ecco arrivare il momento di coronare tanti sforzi, con la registrazione di questo Lower Highland To Paradise.

Il disco viene registrato nel Maggio dello scorso anno a Boulder Creek con l’aiuto di Barry Tanner, ingegnere del suono, che ha contribuito al sound che sprigiona l’album, fatto di dieci canzoni dalle quali emerge la qualità dei musicisti che formano la band, a partire dal già citato  Jamie Norton, il leader della band, cui si affiancano l’ottimo Danny Grilli, uno che ha assimilato sonorità che vanno dalla Marshall Tucker Band agli Sniff’n’ the Tears, Lindsey Bearden Keyboards, che è anche la presenza femminile nel gruppo, Dave Ott, basso e Sparky (Ken) Klinger drums, e Bobby Yliz alla ritmica e armonie vocali. 

Dieci canzoni ottime e che una volta ascoltate non potrete fare a meno di riprendere. Si parte con Into The Blue che apre il disco nel migliore dei modi, definendo le coordinate che caratterizzeranno l’album. La chitarra solista di Danny Grilli emerge subito, fantasiosa ed incisiva, seguita dal resto della band, con Jamie Norton che guida il gruppo con piglio sicuro. E se il mood generale è quello descritto prima, impossibile non notare la costruzione di certe canzoni che denotano le caratteristiche della band. I pezzi sono mediamente lunghi, quasi tutti tra i cinque ed i sei minuti, tranne Thinking Out Loud che arriva quasi ai cinque, atmosfere dilatate che dimostrano come ci sia molta classicità negli ascolti, visto i rimandi ai Dead piuttosto che alla CRB più ispirata. Glow Upon The Steel rimanda a band come Sniff’n The Tears o Live Wire, lasciando sempre ben presente una parte importante del brano in cui la band può lasciarsi andare alla propria creatività, personalizzando i pezzi. Con Don’t Mean Nothing si torna indietro a tempi in cui,  mi riferisco agli anni settanta,  le canzoni avevano una struttura melodico/musicale perfettamente costruita, specie quando ci si immerge nel Country Rock che caratterizza il pezzo in questione.  Riley Mae Never è piacevolissima con il piano della Bearden e la chitarra di Grilli che definiscono in maniera perfetta il pezzo. Se The Must Just Might catapulta l’ascoltatore tra le braccia dei Dead o della CRB lo si deve molto alla voce di Norton, ed agli intrecci delle due chitarre che s’inframezzano alle note del piano con la sezione ritmica di Ott e Klinger è perfetta nel costruire la struttura della canzone. Next Stop Siena contiene una citazione italiana (Il piacere è tutto mio…), è un pezzo lento ma sempre arioso. Destination Unknown ha in se i “germi” di certi pezzi della Marshall Tucker Band, con la chitarra di Grilli che si lancia in un solo splendido. Something I Ain’t Never Done è sempre piacevole, ma anche la canzone più “normale”, a mio avviso del lotto. Thinking Out Loud è puro Dead sound, trascinante e coinvolgente. Orange Jam mette la fine a questo piccolo gioiello di album. Partenza lenta con i singoli musicisti che cominciano ad “alzare il tiro”, connotando la canzone come una vera e propria Jam che è un piacere per le orecchie. 

Qualcuno potrà sostenere che vi siano troppe citazioni, ma chi scrive trova che la qualità degli ascolti determinano ciò che poi si tende a voler produrre in proprio. Se si  usi ad ascoltare buona musica il risultato difficilmente potrà essere negativo. Certo, bisogna avere le doti e le qualità per fare dischi, belli, belli, belli (lo ripeto), come questo. L’album, al momento, è disponibile solo in download, ma dovrebbe presto tornare ad essere disponibile in CD. La cosa migliore, almeno fino a quando non sarà disponibile anche in qualche raro ed illuminato negozio di dischi, è quella di contattare la band per poter acquistare il disco direttamente. mescalina.it si appresta a dar seguito a questa recensione con una bella intervista fatta agli Apple City Slough Band. Chissà che non possa servire a far conoscere una band che merita la nostra e la vostra attenzione. Nel frattempo, per i più curiosi, Lower Highland To Paradise potete trovarlo su Spotify.

 

 

Track List

  • Into The Blue
  • Glow Upon The Steel
  • Don’t Mean Nothing
  • Riley Mae Never
  • The Mud Just Might
  • Next Stop Siena
  • Destination Unknown
  • Something I Ain’t Never Done
  • Thinking Out Loud
  • Orange Jam