Orpheus and the Mermaids<small></small>
Rock Internazionale • Songwriting

Anders Osborne Orpheus and the Mermaids

2021 - 5th Ward Records

06/03/2021 di Leandro Diana

#Anders Osborne#Rock Internazionale#Songwriting

Se c’è una caratteristica certa del magmatico mercato discografico odierno è che non è adatto all’appassionato distratto: non è vero che non esistono più capolavori o che la qualità è sacrificata sull’altare delle playlist; la verità è che bisogna stare costantemente sul chi va là a caccia della buona musica. Il nuovo disco di Anders Osborne esce praticamente senza nessuna pubblicità o copertura mediatica: l’unico modo per venire a sapere della sua esistenza è seguire con assiduità i social dell’artista o seguirlo attivamente su Spotify nella speranza che un pietoso algoritmo ce lo faccia apparire tra le nuove uscite nella sezione “scopri” che va rintracciata nel menu “naviga”… Lo sapevate? Sapevatelo! Il rischio – anche per il fan – di non accorgersi neanche dell’uscita di un gran disco è quindi molto concreto. Ma per vostra fortuna ci siamo qui noi a scandagliare l’oceano musicale in cerca di nuova buona musica, là dove nessun ascoltatore è mai stato prima…

Ok, la smetto.

Svedese d’origine, neworleansiano d’adozione, Anders Osborne è uno dei cantautori più personali della sua generazione (classe 1966). Dopo qualche anno passato ad ambientarsi nella Crescent City e qualche disco per trovare la sua voce (con Ash Wednesday Blues del 2005), tra il 2007 e 2013 ha pubblicato un filotto di quattro capolavori spaventosamente belli e brutalmente onesti; una lunga e dolorosa seduta di psicanalisi coram populo nel tentativo di curare ferite e dipendenze; un dialogo a cuore aperto tra un artista in cerca di sobrietà e redenzione e un ascoltatore forzato a guardare nello stesso spaventoso abisso fronteggiato da Osborne ogni singolo istante di ogni singolo giorno («I'm comin' down like a man losing grace, I'm comin' down falling flat on my face, I'm comin' down like a storm through the clouds, so keep your arms wide open, baby, I'm comin' down» cantava alticcio in Coming Down dallo straordinario album omonimo del 2007; mentre nel 2010 riconosceva che «you have watched me play without the joy that makes me who I am; but as I slowly gave away my life I could hear the angels sing so much louder than the thunder of my guilt and the echoes of my sins» in Echoes of My Sins su American Patchwork, 2010). Una parabola che si è in qualche modo conclusa con il disco Peace del 2013, primo – ma ancora tormentato – segnale di ripresa («I’m ready to leave this behind, already feel so much better» cantava in “I’m ready” quasi a chiusura di un disco le cui atmosfere cupe non si discostano troppo da quelle dei dischi precedenti «I’m still looking for a day of peace» cantava nella title track, mentre la seguente 47 ci spiattellava in faccia senza troppi riguardi per sé stesso una certa disillusione della mezza età «a young man’s dream at 17 got shit done at 21, at 32 I met you, I made a little money at 40… but nothing happens at 47»). I tre dischi seguenti (più il disco registrato nel 2016 in collaborazione con gli amici North Mississippi Allstars), pur mantenendo standard di qualità che pezzi da novanta ben più blasonati possono solo sognarsi, una voce straordinaria e un chitarrismo roots di eccelsa qualità, vedevano tuttavia un songwriting appannato, fuori fuoco; il contraccolpo creativo, forse, di una ritrovata serenità grazie anche a una nuova famiglia con due figli da crescere, libero dalle catene delle dipendenze. In ogni caso, con Buddha and the Blues del 2019 torniamo a riconoscere la qualità eccelsa del songwriting di Osborne, anche nel nuovo corso all’insegna della morigeratezza e in un’inedita veste sonora californiana.

Questo lungo excursus nel passato di Anders Osborne è indispensabile per inquadrare questo nuovo Orpheus and the Mermaids fresco di pubblicazione.

La prima impressione è di trovarsi davanti al Coming Down della sobrietà, ed è un’impressione presto confermata, ascolto dopo ascolto: suoni scarni, acustici, registrati in presa diretta con pochi microfoni a restituire ogni sospiro, ogni spostamento della bocca rispetto al microfono, ogni volta che la fede tocca per sbaglio la cassa della chitarra, ogni battito del piede sul pavimento, ogni scricchiolio delle sedie. Il trionfo dell’estetica della trasparenza. Dopo qualche disco ondivago e vagabondo, vagamente nascosto tra grandi turnisti, riverberi e lieve sovrapproduzione (per gli standard di uno che – ubriaco – andava in studio a registrare canzoni appena scritte senza prima fare neanche le prove con la band), Anders Osborne torna ad esporsi al suo pubblico in un’aurea nudità acustica in cui i suoni riflettono la trasparenza cristallina delle parole («and when I look at both my kids love fills my heart, I wish I’d been a better dad, I wish I had a bigger part, I wish I had a bigger part…», Light Up the Sun).

Racconti di strada e di vita, riflessioni, vittorie, sconfitte, perdite e speranze si alternano come paesaggi che scorrono fuori dal finestrino in un viaggio dentro le vite di tutti noi, ora cullandoci con dolce romanticismo, ora sbattendoci in faccia gli errori di cui nel profondo ci vergogniamo di più.

A questa seconda categoria appartiene ad esempio Last day in the keys, dedicata alla memoria di Neal Casal (cantautore e chitarrista di talento morto suicida nel 2019), amara riflessione non tanto sul fatto che tutti si ricordino di te solo una volta morto (magari solo, disperato e sucida, come Casal) quanto sull’ipocrisia di chi resta, a tessere lodi e celebrare ricordi dopo, ma senza aver mosso un dito prima, quando una presenza amica poteva cambiare il corso delle cose: «yeah they sing about you now when you’re gone, and brag about how much they knew you were alone, but no one gives a shit about you on your knees, or your last day in the Keys / we remember your birthday now since you’re gone; and every time your tune comes on we all sing along, but no one gave a shit about you on your knees or your last day in the Keys».

Non ho highlights da segnalare, né mi pare utile raccontarvi le canzoni una per una: siamo su qualitativamente altissimi dall’inizio alla fine, senza un solo calo di tensione. In ciascuna delle nove canzoni il suono caldo e trasparente riesce sempre a smuovere qualcosa nel profondo, e le parole – un verso si e l’altro pure – ci costringono a continue riflessioni tra illuminazioni e prese di coscienza, per un uso sapiente di quei soliti tre-cinque accordi che da quasi un secolo ormai sollevano le anime degli amanti di certa musica, per la melodia argentina e per quel modo unico di Osborne di cantare senza filtri tra pancia, cuore e microfono.

Il nostro svedese della Louisiana continua a maneggiare la musica tradizionale americana, tra folk, country, ballate rock senza soluzione di continuità, con maestria e nonchalance, tra l’asprezza di un Neil Young e la poesia di un Bob Dylan, ma sempre restando ben saldo, inchiodato a terra e carne.

Orpheus and the Mermaids è come il suo autore e i suoi dischi migliori: non è possibile essergli indifferenti, trabocca di tale e tanta personalità che o lo si ama o non lo si sopporta. Come Orfeo nell’episodio mitologico citato nel titolo, con questo disco (come con i suoi migliori) Anders Osborne ferma il tempo attorno all’ascoltatore, e non certo per concedergli una bucolica via d’evasione dalle fatiche del mondo, ma per costringerlo a confrontarsi con il meglio e il peggio di sé stesso, della morte, della vita.

Track List

  • Jacksonville To Wichita (4:52)
  • Light Up The Sun (4:07)
  • Last Day In The Keys (6:10)
  • Forced To (3:27)
  • Pass On By (3:57)
  • Welcome To Earth (5:46)
  • Dreamin` (4:51)
  • Earthly Things (3:39)
  • Rainbows (4:08)

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