Brevi momenti di presenza<small></small>
− Italiana, Strumentale

Anatrofobia

Brevi momenti di presenza

2007 - Wallace Records
26/11/2007 - di
Sin dal primo ascolto questo nuovo disco degli Anatrofobia suona come un lavoro estremo da cui si rischia di fuggire spaventati se non si dispone di un orecchio incline alla destrutturazione più acuta.
D’altronde un cd di quattordici tracce strumentali senza titolo che si susseguono una dopo l’altra in una serie di echi, alternando vuoti e pieni, non offre un ascolto certo facile. Anzi, “Brevi momenti di presenza” è il lavoro più ostico, più difficile del trio piemontese.
A dieci anni dall’esordio, “Frammenti di durata”, gli Anatrofobia hanno portato il loro suono in una dimensione siderale distante anni luce dal panorama italiano.
Sin dalla prima uscita il gruppo dei fratelli Cartolari ha lavorato su frammenti musicali di un jazz-core avanguardistico e le schegge ottenute sono state innalzate al punto da fluttuare ora in uno spazio buio, cupo, come se l’universo fosse imploso su sé stesso.
Già nel precedente “Tesa musica marginale” avevamo parlato di “un fluire inesausto, un catturare su disco un momentaneo punto d’arrivo, che la volta successiva è già altrove” e avevamo notato come gli Anatrofobia avevano cominciato a giocare “con lo spazio come non facevano prima, attendendo e preparando le parti più dure con soffi ed echi”.
In questo nuovo album, come si può intuire dal titolo, la musica si è fatta ancora più decostruita, quasi assente.
Tutto è stato registrato in pochi giorni dal vivo in studio senza alcuna sovraincisione.
Più che improvvisare, Andrea Bindello (percussioni, beppofono), Alessandro Cartolari (sax, live-electronics) e Luca Cartolari (basso, live-electronics) hanno lasciato andare gli strumenti in un buco nero: lunghi momenti di silenzio, colpi isolati, lamenti sonori che diventano muggiti agghiaccianti, parole fagocitate prima di essere pronunciate e una ritmica asimettrica che rincorre il sax in modo ancora più sfaldato del free, prima che tutto precipiti nel vuoto.
Ogni brano è caratterizzato da percussioni che risuonano attorno ad un nucleo di frequenze che non riesce a coagularsi, lasciando interdetti, persi nell’ambient(e); le uniche forme paiono essere i resti di una tempesta di meteoriti rimasti a vagare nel vuoto. Solo in un paio di tracce ci si scontra con “vecchie strutture anatrofobiche”, ma è un’illusione perchè la musica non riesce a prendere corpo.
Tra un vago rimando ad un’aria tibetana e un soffio finale del sax sulle spazzole c’è un silenzio che pesa, segnato da rintocchi e da sprofondi sonori da cui sembra di non riemergere mai.
Gli Anatrofobia hanno portato la loro musica davvero oltre lavorando sull’assenza e su pochi, brevi momenti di presenza.

Track List

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