Howl<small></small>
Jazz Blues Black − Blues − Soul

Alex Haynes & The Fever

Howl

2018 - Appaloosa Records / IRD
22/04/2018 - di
Alex Haynes e la sua musica hanno viaggiato per tutto il nord Europa, dai più importanti festival internazionali a club e locali più o meno conosciuti tra Olanda, Austria, Belgio, Svizzera e Italia. Definito una delle migliori voci blues del Regno Unito, chitarra impetuosa e pungente, il cantautore anglosassone, nel 2011 si trasferisce a Londra e debutta con Last Train in EP.

Howl rappresenta il terzo album e un lavoro variegato: il suo stile incarna lo spirito primitivo del down home blues, mescolandosi con il soul della Chess e il R&B degli anni cinquanta. Il disco, autoprodotto, ha diversi ospiti: il poliedrico Andy J. Forest all’armonica, Rich Coulson al piano ed Ernesto Ghezzi all’organo, mentre del solido power-trio di base, oltre alla chitarra e voce di Haynes, fanno parte Alessandro Diaferio (basso e chitarra slide) e Pablo Leoni (batteria e percussioni).

Un sound ruvido e aspro, che sembra invocare quel blues ipnotico e infangato del Mississippi, avvicinandosi a tratti a Howlin’ Wolf e John Lee Hooker, ma Haynes, con i suoi Fever, una band compatta ed energica, riversa sapientemente in questa amalgama l’originalità della sua musica: “attraverso le influenze del passato presentate in maniera nuova, voglio creare qualcosa di fresco ed eccitante”.

Il disco apre con un aggressivo stomp che fa tremare i fianchi, mi ricorda qualcosa… le antenne si rizzano individuando il battito sincopato e la melodia di una Willie and the Hand Jive di vecchia data. Nervous è un gran pezzo, batteria incisiva e voce grintosa, su cui si inseriscono uno stuzzicante piano boogie e assoli di chitarra limpidi e brucianti.

La frenetica e convulsa I’m your man, invece, si muove su ritmi sguaiati, sghembi, condotti da un basso potente e una batteria nervosa, così come Bad Honey, che inizia quasi in sordina con i riff di chitarra e una voce sensualissima, per poi incalzare e distorcersi rimescolando il sangue nelle vene con il sapore dei primi Black Keys.

Nella title track, Howl, la chitarra “ulula” per davvero, mentre la voce sembra un canto lamentoso, accompagnato da percussioni primitive. Le atmosfere tribali si impadroniscono del suono, per poi lasciare spazio ad un increspante slide.

E’ la vivace e sporca All I got in this world, che ci trascina sulle colline a Nord del Mississippi:  acustica e slide, dissonanze, suoni ruvidi, un groove fatto di secchi contraccolpi e ritmi urgenti, in puro stile fratelli Dickinson. Non mancano le classiche dodici battute, che arrivano su From time to time, un sensuale Chicago blues, dove armonica e piano swing conducono il gioco, mentre i ritmi calano solamente su Lonesome Shadows, romantico lento (soltanto voce e chitarra twangin’) dai toni languidi e sognanti, e su Solid Sender che, con un morbido organo sottotraccia che avvolge in un abbraccio caldo e confortevole.

La voce piena e sensuale di Haynes, tinta di soul e whiskey, insieme al tocco intrigante della prima chitarra, i rumori di un sound che attraversa le diverse sfaccettature del blues e le melodie vicine ai suoni del passato riproposte con gusto ed energia, fanno di Howl un album stuzzicante, suonato con quel piglio e quella vitalità proprie delle produzioni indipendenti.

Track List

  • Nervous
  • I`m Your Man
  • Howl
  • Shake it Up
  • Lonesome Shadows
  • All I Got in This World
  • Bad Honey
  • Solid Sender
  • From time to time
  • Shed My Sin