Frayed At Both Ends<small></small>
Americana • Songwriting • Country

Aaron Lewis Frayed At Both Ends

2022 - Big Machine Label Group

19/02/2022 di Leandro Diana

#Aaron Lewis#Americana#Songwriting

Attori rockettari, presentatori televisivi bluesettari, cantautori pittori, ma anche musicisti noti per un genere che si scoprono insospettabili e verosimili interpreti di generi considerati agli antipodi. Chi si ricorda degli Staind? Erano un gruppo americano in bilico tra la coda lunga del grunge e i prodromi del nu metal, a cavallo tra i ’90 e i 2000, finito nel dimenticatoio dopo un paio di singoli-tormentone. Come in molti casi, la voce del cantante, ovviamente – come i canoni discografici dell’epoca imponevano – di vaga derivazione vedderiana, è la cosa che resta più impressa in questi casi, data la trascurabilità delle composizioni e del gesto artistico. Dal silenzio discografico degli Staind post 2008 iniziano a girare voci che il (notevole) cantante Aaron Lewis stia per pubblicare qualcosa da solista, ma che sia abbastanza diverso dallo stile aggressivo per cui è noto. Nel 2011 esce infatti un EP, Town Line la cui copertina ritrae un cartello che dà il benvenuto a Nashville, e il mistero è svelato prima ancora di ascoltare una sola nota: Aaron Lewis si è dato al country. Quello che ancora non si sapeva senza ascoltare quel breve esordio, ma soprattutto il long playing che lo ha seguito l’anno dopo The Road è la qualità pazzesca della nuova proposta musicale di Lewis in terra sudista. The Road è un maledettissimo capolavoro, zeppo di ballate di gran fattura e interpretazioni impeccabili, twang a iosa e lap steel come se non ci fosse un domani: decisamente il miglior country elettrico da un bel po’ di tempo a quella parte. Dopo un paio di dischi che ne hanno consolidato la reputazione e la credibilità country (impreziositi da duetti importanti (da Alison Krauss a Vince Gill, da George Jones al patriarca outlaw Willie Nelson) da qualche settimana la Big Machine ha pubblicato Frayed at Both Ends, quarto LP in cui Lewis sembra tornare alle vette di ispirazione che ne avevano caratterizzato l’esordio su lunga distanza.

Aaron Lewis non ha paura di far parlare di sé con esternazioni scomode e divisive (periodicamente i suoi alterchi con i fan ai concerti diventano virali su YouTube, anche in forma comodamente antologica), sia nella vita reale che nelle canzoni, tra cui ci sono emergono una trasparenza e una permeabilità non comuni. Ma i personaggi sembrano sempre riflettere la persona dell’autore e nelle sue canzoni migliori non ha pudori nel mettere a nudo i propri problemi e le proprie debolezze (dalle dipendenze ai problemi di salute mentale): entrambe caratteristiche degli artisti di razza… Alla stessa maniera non troverete nelle canzoni di Lewis valori in cui lui stesso non crede, anzi sono tante – e belle – le canzoni in cui espone e difende i propri principi e le proprie passioni, condivisibili o meno. Lewis è un conservatore, uno di quelli che dividono l’opinione pubblica anche in patria, figuriamoci qui i Europa. Nell’Italia benpensante del politicamente corretto è quasi impensabile che un autore parli dell’amore per i colori della bandiera della sua patria, ricordi con tenerezza quando il nonno gli regalò il suo primo fucile, del rapporto con Dio. Non mancano neanche in questo nuovo disco: in Am I the only one racconta lo sgomento di un conservatore innamorato della sua patria e della sua storia di fronte a certi estremi della “cancel culture” e di un pacifismo che rischia di trasformarsi in ingratitudine per i giovani soldati che perdono la vita per il loro paese e la difesa delle libertà tradizionali. In Everybody talks to God si dice sicuro che tutti, prima o poi, finiscano con il parlare col Capo, in questa vita o nell’altra, che ci credano o meno. Temi cari alla musica popolare tradizionale – come i canti di dolore, pentimento e rassegnazione di ospiti delle patrie galere – riemergono in tracce come Life behind bars.

Nei dischi di Aaron Lewis troverete poche “drinking songs” o trascinanti mid tempo: sono per lo più ballate intimiste e dolenti a riempire i suoi dischi. Ma è anche vero che è in questi territori che la sua voce profonda e tagliente allo stesso tempo si esprime al meglio, nei ricordi lividi, nei chiaroscuri esistenziali, nel dolore che non va già neanche alla terza bottiglia di whiskey, nel fare i conti ogni giorno con il peggio di sé stessi e del mondo. Come They call me doc, sommesso canto di un veterano di guerra che “non posso dirti come è andata, ma posso dirti come ci si sente” a mettere insieme i pezzi dei propri amici e provare a riportare a casa quello che ne resta quando urlano in preda al panico “ti prego, falli smettere”. “Non saprai mai come ti si spezza il cuore quando guardi negli occhi un uomo adulto che ti chiede ‘ce la farò?’… e tu devi mentire”.

Ci sono meno lap steel ed elettriche in questo disco rispetto ai precedenti, niente ritmi saltellanti che pure facevano capolino nei dischi precedenti: è la chitarra acustica a farla da padrona, insieme a una batteria spesso minimalista. E quella voce, quella maledetta, bellissima voce.

Il mondo di Aaron Lewis può non piacervi, ma è un mondo che esiste. Non importa che la pensiate come lui, ma provate a fare un’immersione nel suo mondo: sarà l’occasione per ascoltare una visione diversa da uno che la sa lunga e sa raccontarla con rara maestria.

 

 

 

Track List

  • GAIN
  • GOODBYE TOWN
  • EVERYBODY TALKS TO GOD
  • AM I THE ONLY ONE
  • KILL ME LIKE YOU LOVE ME
  • PULL ME UNDER
  • LIFE BEHIND BARS
  • WAITING THERE FOR ME
  • THEY CALL ME DOC (FT. CREATIVETS, VINCE GILL, DAN TYMINSKI)
  • GET WHAT YOU GET
  • STICKS AND STONE
  • ONE IN THE SAME
  • SOMEONE