Intervista a Roberto Tardito:

Intervista a Roberto Tardito: "La scena indie mi sfancula? La cosa è reciproca"


10/12/2015 - News di Roberto Tardito

Buongiorno Roberto.

Buongiorno Claudio.

 

Partiamo dal tuo nuovo progetto, “La strada verso casa”?

In questo nuovo concerto abbiamo deciso di spogliare le canzoni e di riportarle alla loro forma originale. Sul palco ci sono solo io con le chitarre e qualche loop, un po' come agli inizi, quando avevo solo i miei tredici anni, il mio letto e la mia chitarra. Una soluzione di questo tipo privilegia la struttura base della canzone, spogliandola di ogni sovrastruttura. Faremo della musica nuda, per usare una fortunata espressione utilizzata qualche anno fa da Petra Magoni.

 

Hai quindi scelto brani dall'atmosfera più raccolta, per strutturare la scaletta?

Non direi, la componente ritmica è fondamentale in un concerto di questo genere. Il rischio, altrimenti, è quello di risvegliare propositi di suicidio nello spettatore. Sarà semplicemente espressa in maniera differente. Detto questo, nella scaletta è largamente rappresentato l'ultimo lavoro, “Era una gioia appiccare il fuoco”, ma abbiamo scelto di dare spazio ad alcuni brani degli album precedenti, tra cui alcune canzoni meno fortunate, ma per me di valore, come “Iris” o “La miniera”.

 

In questi anni hai collaborato con musicisti di varie nazionalità, come accaduto nell'album “Se fossi Dylan”. Come si fa a conciliare stili e culture così diverse tra loro?

Il problema è che a volte non si riescono a conciliare affatto! Quando ho registrato “Se fossi Dylan” l'ho fatto con beata incoscienza, coinvolgendo più di venti musicisti diversissimi tra loro. Da un certo punto di vista l'album ha una struttura strana e, a suo modo, affascinante, ma dall'altro il rischio di cadere era sempre dietro l'angolo. Ti faccio un esempio pratico: nel disco che tu hai citato c'è un brano, “La fioritura dei ciliegi”, nel quale abbiamo davvero esagerato nel dare un didascalico colore orientale all'arrangiamento. Quando succede questo il rischio di cadere nel kitsch è davvero altissimo. Con il tempo, però, credo di aver acquisito quel minimo di esperienza che impedisce errori di questo genere.

 

Come definiresti il tuo stile?

È uno stile artigianale. Non vengo da nessuna scuola, ho semplicemente messo insieme le cose che ho incontrato sulla mia strada, spontaneamente e un po' come mi veniva. Ovviamente questa anarchia di fondo a volte mi ha portato a commettere degli errori, come dicevo prima, ma fa parte del gioco. In ogni caso è un compromesso strano. Tempo fa un giornalista ha scritto: Tardito è troppo di nicchia per essere mainstream, ma è troppo mainstrem per essere di nicchia. In un certo senso è vero.

 

Una dimensione un po' indie, quindi...

Mah, non credo sai! La scena indie mi ha sempre sfanculato, e, se posso essere sincero, la cosa è reciproca, fatta eccezione per qualche rarissimo caso, che posso contare sulle dita di una mano. “Mai capito cosa ci sia di tanto figo nel fare dischi che poi ascoltano in quattro”, per citare Tom Petty.

 

Qual è la difficoltà maggiore che deve affrontare un giovane musicista per riuscire ad emergere nel mondo discografico?

Come sempre, i motivi sono tanti. Primo su tutti un'offerta sproporzionata rispetto alla richiesta. Ma poi il mondo discografico come lo intendiamo noi non esiste più! Del resto la discografia è un fenomeno relativamente recente, la musica invece è sempre esistita e continuerà ad esistere in altre forme. Quindi non sarei neppure così fatalista.

 

Tu hai suonato spesso all'estero. C'è differenza tra il pubblico italiano e quello tedesco o francese?

C'è un'attenzione diversa nei confronti della novità, soprattutto in Germania. Mi dicono che sia così anche in Inghilterra, ma non ci ho mai suonato. Noi siamo molto più diffidenti, non andremmo mai a vedere un concerto di uno sconosciuto che canta in un'altra lingua. Forse sta proprio qui il nostro provincialismo.

 

In “Se c'è una cosa che odio” dici “Fra tutte le cose, se c'è una cosa che odio, è non poter dire la vera cosa che odio”. Ci dici qual è la vera cosa che Tardito odia?

No no, non si può dire per davvero!

 

(Intervista di Claudio Manassero)