All'insegna del cambiamento

All'insegna del cambiamento


04/11/2018 - News di Mimmo Parisi

Ogni giorno nascono e si sciolgono band. Come neve marchiata rock, ciò che prima era un combo di individui appassionati di musica, diventa altro. I cambi di formazione sono nel DNA della maggior parte dei gruppi e delle band, un po’ come gli acuti sgolati nelle canzoni di Laura Pausini o le rime sole-cuore-amore-mare nei tanti, troppi ed inutili tormentoni estivi di oggigiorno. Ma sono davvero un bene per la musica e per le carriere dei diretti interessati?

Risulta assai difficile fornire un’adeguata risposta univoca anche perchè, nel corso del tempo, spesso abbiamo assistito a rivoluzioni di formazioni, a consensuali o polemici scioglimenti che, però, quasi mai hanno generato i medesimi risultati. Prendiamo in esame il caso più recente dei Dear Jack o quello più storico dei Matia Bazar: se i primi non hanno saputo reinventarsi adeguatamente dopo l’addio del frontman Alessio Bernabei, i secondi sui cambi di formazione c’hanno, per così dire, costruito la propria quarantennale storia passando da Antonella Ruggiero a Laura Valente, Silvia Mezzanotte, Roberta Faccani e l’ultima Luna Dragonieri. I Timoria sono riusciti a resistere e reinventarsi dopo la fuoriuscita di Francesco Renga sostituendo, il già presente, Omar Pedrini. Lo stesso sono riusciti a fare anche i Litfiba che, dopo l’addio di Piero Pelù nel 1999, sono riusciti ad inserire con buoni riscontri le voci di Cabo Cavallo e Filippo Margheri prima di riabbracciare lo storico leader nel 2009. E altri casi celebri sono, ovviamente, quelli dei Nomadi, della PFM o dei New Trolls. Ma cos’è che differenzia un corso piuttosto che un altro?

Inutile negare che una band è, e deve essere, molto di più che il proprio leader: essere identificati dal pubblico esclusivamente con il frontman fa di una band esattamente ciò che non deve essere. Un gruppo è, prima di ogni altra cosa, un marchio, un’unicità di intenti e d’identità. Ecco, perchè, cambiare formazione può essere altamente pericoloso, si rischia di stravolgere quegli intenti e quell’identità che il pubblico, fino a quel momento, ha conosciuto ed apprezzato. L’unica ancora di salvezza è quella di mettere in atto una “rivoluzione pacifica”, una sostituzione, cioè, che non intacchi l’anima del gruppo e della sua musica conservando e, anzi, consolidando il marchio correndo d’altra parte il rischio, però, di cambiare senza cambiare davvero, di dar vita ad un karaoke nostalgico.

Insomma quello del cambio di formazione per una band risulta quanto mai un intricato rebus a cui, ahimè, non esiste ancora una esclusiva ed esaustiva soluzione se non l’anteporre ai vari membri l’importanza e l’essenza storica di un gruppo, di un nome. La domanda che, però, sorge spontanea è: basta il rispetto assoluto del passato per confermare quanto fatto oppure gli stravolgimenti del caso rischiano di creare soltanto impure marchette capaci tuttalpiù di presenziare alle sagre di paese, ai pianobar o ai Festival di karaoke, imitazioni o cover band senza una propria vera identità?