Michael Mcdermott + Ben Bedford

Michael Mcdermott + Ben Bedford

Cantù / 1e35


29/10/2018 - di Giovanni Sottosanti
Lui non la sa, non lo può sapere. E quando a fine serata glielo dici, quasi non ci crede "Oh! You`re crazy!". Tu invece lo sapevi perfettamente che quel ragazzo di Chicago, ormai uomo, sangue irlandese nelle vene, ti avrebbe ripagato in pieno per ogni centimetro, ogni metro e ognuno dei circa milletrecentosettanta (1370!) chilometri percorsi con la macchina in due giorni, tra imperiose raffiche di vento, violenti scrosci d`acqua e traffico milanese impazzito.

Carlo Prandini, da perfetto padrone di casa, anche questa sera apparecchia a puntino il suo giardino dei sogni, perché dovrà essere un`altra di quelle serate da ricordare a lungo.

Come apertura arriva dall`Illinois il barbuto Ben Bedford, 36 anni e una carriera che annovera già cinque titoli in archivio. Lo accompagna Paolo Ercoli alla slide, Ben suona l`acustica con naturalezza e maestria. Voce cavernosa e profonda, scolpita e intagliata nel legno, nella sua musica risuonano la maestosità delle grandi pianure americane, il silenzio dei boschi e lo scorrere dei ruscelli. Abiti scarni e colori folk per un nome da tenere bene a mente.

Michael McDermott indossa il vestito giusto, quello del rocker tosto, verace e sanguigno, lanciato a manetta lungo le strade dell`heartland rock. Quando poi si leva la giacca, ha la camicia del poeta e del songwriter, quella capace di regalare splendide ballate e di toccare a fondo corde scoperte dell`anima. Anche in questa puntata lo accompagna Alex "Kid" Gariazzo alla chitarra solista, coadiuvato da Michele Guaglio al basso e Marco "Ciusky" Barberis alla batteria.

Out From Under è il punto di partenza per un nuovo viaggio, un messaggio di speranza e rinascita che intitola l`ultimo disco di Michael e si srotola lunga una bella cavalcata rock "Oh I know someday we`ll be out of under". Never Goin` Down Again prosegue lungo la stessa strada, tirata, piena, aperta, gira dalle parti di Bruce, Stevie e John Cougar. Michael è in gran forma, sorridente e carico come una molla, respira aria di casa. Con So Am I arriva il primo colpo che ti fa vacillare, ballata splendida e nostalgica in cui la voce di Michael giganteggia. Non è da meno This World Will Break Your Heart, dedicata ad una persona recentemente scomparsa.

If I Had A Gun è intensa e drammatica al tempo stesso, stesa su un tappeto ritmico cupo, esplode poi con rabbia e potenza. Torna a brillare il blue collar rock con Tell Tale Heart, seguita dall`arrembante e urbana Knocked Down. Quando poi Michael si siede al piano, sei perfettamente consapevole che sta` per aprirti il cuore in due come avesse in mano un apriscatole. Intona Shadow In The Window, sublime ballad dedicata alla morte del padre, nostalgica, struggente, totale "There`s a shadow in the window that`s missing/I`m having a hard time letting go" e poi quel "I love you" ripetuta all`infinito verso il cielo. Commozione? Un bel po`!

"Adesso basta canzoni tristi", dice e allora ecco il ritmo irish di These Last Few Days a ravvivare gli animi sanguinanti, anche se il testo del brano non tratta tematiche propriamente allegre. Niente paura, c`è sempre spazio per sogni e treni sopra cui viverli, Dreams About Trains, "Last call, all aboard, come along now all ye ghosts". Di nuovo al piano per Last Thing, Butterfly e Bells, tutte catalogate alla voce "sublimi ballate", pur affrontando nel secondo pezzo il tema autobiografico della droga.

Bars e Getaway Car sono invece splendidi acquarelli semi acustici, incastonati tra il Bruce di Nebraska e lo Steve Earle di Train A Comin`. Tornano a graffiare le chitarre elettriche in The Great American Novel mentre Let A Little Light In cattura folk e soul in una melodia fresca e trascinante. Per il primo dei bis Michael resta solo sul palco, chitarra acustica e voce più che mai arrochita, con la quale intona "In the day we sweat it out in the street". Born To Run è un cerchio che si chiude ed emozioni che tracciano autostrade sottopelle, quando poi rientra la band per elettrificare il finale, "The highway`s jammed with broken heroes on a last chance power drive" diventa un coro unico, grande, liberatorio e catartico, perché alla fine siamo sempre lì "Tramps like us" e via correndo. Senza soluzione di continuità irrompe A Wall I Must Climb e scrocchia la puntina sul primo vinile del giovane Michael.

Ventisette anni da quel 620 W. Surf che lo proiettò sotto la luce dei riflettori. Tra vittorie e sconfitte, anni fulgidi e torbide discese agli inferi ci siamo ancora, eccoci qua, con sempre nuovi muri da scalare, ma ormai ben attrezzati per farlo. Non può mancare il finale con Italy, brano scritto dal rocker di Chicago nel 2011 in Italia e per l`Italia, intesa come terra e popolo, verso cui nutre da anni forti sentimenti di affetto e gratitudine. Adesso è finito davvero, lo guardi dritto negli occhi e sai che vorresti dirgli tante cose, ma forse non serve, è tutto scritto, impresso nel cuore. E lo ritroverai sempre.

Foto e video per gentile concessione di: Roberto Bianchi (foto)

Luca TAV (video)

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