Blues To Bop  2019

Blues To Bop 2019

Lugano (CH) / Piazza Riforma - Piazza S. Rocco


29/08/2019 - di Fabio Baietti / Marcello Matranga
 

FABIO BAIETTI

Non vi racconterò di "finanzieri e contrabbando", tantomeno di addii e di "capelli fermi come il lago". Ricordare il mai troppo rimpianto Ivan Graziani mi aiuta ad introdurre una Lugano impregnata di suoni meticci, blues quanto basta per dare un titolo alla rassegna, assai variegati nella caleidoscopica proposta artistica del Blues to Bop, pregiata annata 2019.

Il clima è perfetto per godere dei suoni e, parimenti, di un`atmosfera gratuitamente rilassata, dove si incrociano di nuovo sorrisi e balletti, vivido ricordo degli spettacolari giorni in quel di Bellinzona. Per il sottoscritto, un`occasione importante per annotare sul mio ipotetico taccuino qualche nome da aggiungere alla mia collezione.

Scelgo di stazionare per 2 serate in Piazza San Rocco, una sorta di lancio della monetina che, fortunatamente, si poserà sul lato da me scelto

Freddy & The Cannonballs e Judith Emeline & The Feel Good Vibration incarnano alla perfezione, nelle loro rispettive peculiarità artistiche, la figura dei "padroni di casa". Il combo di Federico Albertoni, conferma e rafforza le buone vibrazioni fornite nella capitale ticinese, stiloso e sanguigno allo stesso tempo, sezione fiati di qualità nel produrre un blues che sa di big band. Bat Battiston si unisce alla festa e la sua chitarra colora di profumati aromi color arancio un set di pregevole fattura. La poliedrica artista anglo/giamaicano/ticinese colpisce dritto al cuore. La sua voce riempie di gospel, soul, blues e reggae un involucro fatto di raffinatezza ed emotività, con la presentazione e l`esecuzione di Fly tra i personali highlights della mia due giorni.

Jontavious Willis suona acoustic, old time blues, una dichiarazione d`intenti che rende il suo set tra i più attinenti alla materia trattata. Chitarra ed armonica che si miscelano ad una voce calda e pastosa, musica in cui non trovi innovazione ma solide radici nella tradizione. Set di eccellente fattura con finale in mezzo ai fan.

Ammetto di aver lasciato a metà il set delle attesissime The Como Mamas, quindi non sparate sul cronista!! Le tre signore del gospel inanellano subito due spirituals da brividi, lunghi, ipnotici,  viscerali,  ma le mie orecchie (ed i miei occhi, bando alle ipocrisie…) hanno bisogno di riascoltare la vera superstar di questa edizione, la strepitosa Vanessa Collier. Totale padrona dello stage per carisma ed empatia, virtuosa del sax ma polistrumentista di talento, tre album all`attivo di poliedrica e sfaccettata musicalità, tra blues contaminato di soul ed echi jazzati in salsa punk (ho visto pogare in Piazza della Riforma, non credevo ad orecchie ed occhi). Two parts sugar, one part lime, perché i buoni consigli materni sono serviti a sopravvivere nella jungla urbana, Sweatin` like a pig, singin` like an angel, ed il groove diventa ritornello di immediata presa. Senza dimenticare che cimentarsi con alcune cover, per Vanessa significa ribadire con classe la devozione verso figure di chiaro riferimento artistico. I can`t stand the rain e When love comes to town, da Tina Turner a BB King, via Dublino.

Attorniata da musicisti di spessore, tra cui l’eccellente axeman "paulista" Frederico Rodarte, la Collier conferma di avere ricevuto la tessera di iscrizione al club delle star.

Il prossimo membro potrebbe essere proprio quel Jamiah Rogers che, quasi a notte inoltrata, ha lasciato a bocca aperta i parecchi aficionados ancora presenti a San Rocco. Un funambolismo chitarristico che, seppur non scevro di momenti di teatrale virtuosismo, parte dalla canzone per poi spalancare totalmente le porte ad un fluire di magmatica improvvisazione. Non ci vuole molto ad intuire come, nel format live, il giovane chicagoano trovi la miglior forma di espressione, un mix di citazioni, riprese, solismo in fuga e ritorno alla partenza. Speriamo che Blues Superman divenga presto il suo status artistico e non solo il titolo, sicuramente "ad effetto", della sua opera prima.

Le tenebre hanno sembianze meno luciferine, camminando sulle sponde del lago.

Lugano, arrivederci.

MARCELLO MATRANGA

Era difficile scegliere il meglio in un programma ricco e coinvolgente come quello di quest’anno, trentunesima edizione (!!) di uno dei Festival che da anni è meta di appassionati italiani e non. Perché ci vuole una gran passione e curiosità per voler portare artisti che in molti nostri Festival sarebbero incompresi in partenza dalla stragrande maggioranza di quelli che poi vanno in brodo di giuggiole per una Popovich qualunque. Ed infatti, degli artisti presenti nella deliziosa ed accogliente Lugano, non se n’è vista traccia dalle nostre parti. Non me ne si voglia, ognuno ascolta quello che gli pare, ma trovo delittuoso che una Signora come la splendida Leyla McCalla, non approdi anche da noi. Per non parlare di chi è il perfetto esempio del classico detto “Nemo propheta in patria” che potremmo ritagliare per artisti strepitosi come Max De Bernardi, Veronica Sbergia ed Alessandra Cecala, che hanno irretito Piazza della Riforma con un set trascinante e coinvolgente, condito dalla spumeggiante ironia di Veronica Sbergia.

Un Festival virato fortemente al femminile, come dimostra l’imponente presenza di artiste donne che ha impreziosito e nobilitato questa edizione. Delle esibizioni viste quella che mi ha colpito complessivamente in maniera molto forte è stata proprio quella di Leyla McCalla. Accompagnata da una band essenziale tanto puntuale quanto mai sopra le righe, la McCalla ha stregato i presenti con un set che ha pescato fra i due dischi più recenti, lo splendido e recente The Capitalistic Blues e A Day For The Hunter, A Day For The Prey, uscito tre anni fa, offrendo uno spaccato della sua capacità di scrittura e composizione musicale, offrendo perle quali la bellissima e durissima Aleppo, una canzone scritta vedendo una diretta Facebook dalla cittadina siriana durante un bombardamento, allentando la tensione con delizie quali Fey-O o il recentissimo singolo Eh La Bas, che è andato naturalmente ad incastonarsi in una suadente Iko Iko.

Durante il concerto, Leyla, si è spesso concessa a spiegare le sue canzoni e le sue origini, mettendo in evidenza la sua cultura Creola, invitando il pubblico a cantare i ritornelli nella lingua. Inevitabili i riferimenti alle costruzioni di muri per impedire a migranti di raggiungere ed alimentare sogni ed illusioni, e di quanto lei si senta fortunata ad essere nata in un paese prima pesantemente colonizzato, poi resosi indipendente, e di poter viaggiare con la figlia come racconta in Me and My Baby. Alla fine la piazza, prima quasi timida, ha finito con tributare una vera e propria ovazione a questa artista che, a vedere i volti dei presenti, ha saputo conquistare il cuore di molti. Bellissimo concerto, graziato miracolosamente dalla pioggia che ha iniziato a cadere insistente non appena la McCalla è scesa del palco. Una musicista che ha messo in luce il suo bagaglio migliore, ancor più interessante rispetto agli stretti spazi concessole ai tempi della sua apparizione con i Carolina Chocolate Drops di Leaving Eden (2012), e più convincente e vera rispetto al lavoro quasi didascalico (pur ottimo) fatto con le Our Native Daughters e pubblicato dalla prestigiosa Smithsonian lo scorso Marzo.

Le Foto di Layla McCalla sono di Marcello Matranga mentre tutte le altre sono scatti di Fabio Baietti