Honey Island Swamp Band

Honey Island Swamp Band

Ameno Blues Festival


29/06/2019 - di Helga Franzetti
Ameno e il blues di casa, Ameno e il sound di New Orleans: in una serata due spettacoli che celebrano la musica nella sua più autentica forma.

Da un lato una la Marza Band che cresce ad ogni passo, dall’altro una formazione che porta sul palco (oltre che sulla tavola dello stand gastronomico) un gumbo di blues e rock delle radici cucinato a dovere. D’altro canto se gli Honey Island Swamp si sono fatti notare da un tale Luther Dickinson significa che avevano da dire il loro perché. Uno stile che viene chiamato bayou americana, proprio per la mescolanza di quelle sapidità di Nola con il roots rock a stelle e strisce, che ricorda sia il sound dei Little Feat che le chitarre degli Allman Brothers, la rotondità di The Band piuttosto che le jam sporcate di psichedelia californiana.

Ma la traversata verso gli States salpa direttamente dalle valli ossolane, dagli accordi di una splendida Gibson 345 di un Fabio Marzaroli schietto e che ha molto da dire. Cresciuti in maniera esponenziale in pochi anni, i ragazzi della Fabio Marza Band sfoderano un ritmo che entra subito in circolo, dando la misura di chi è appena salito sul palco. Dalla voce espressiva e possente di Greta Bragoni, che si alterna e duetta con Marzaroli, alla nerboruta sezione ritmica con Max ferraro alla batteria e Fabio Mellerio al basso, ognuno di loro ha ben chiaro cosa sia suonare il blues e come farlo bene, oggi anche col supporto di Luigi Urtis alle tastiere che dà  ulteriore colore al sound. E’ “un gran tiro”, come si suol dire, quello che pervade l’inizio serata, partendo dal deflagrante rock blues di Numb in apertura e accompagnando shuffle che “shekerano la mente”, passando dalla potenza di Nightmare e riposando solo un attimo sulla sensualità slow di Take a Breake.

La chitarra di Fabio è gustosa, intelligente, calibrata negli assoli; una mano che ricorda un po’ Bloomfield e un po’ il Clapton degli esordi. Si muove attorno ad ogni tipo di sonorità cugina del blues proponendo alla platea assaggi di southern, come in Devil and The Lady, e melodie swingate con Straight Line, il blues ardente di Dirty Shoes e una personale rivisitazione di Mistery Train, su cui la band corre che è un piacere. La scaletta è rivolta per gran parte all’ultima fatica, autoprodotta: Strange Door esce con un accento piuttosto diverso dal recente Nightmare, ma Fabio stesso afferma: “a trentacinque anni penso di avere qualcosa da dire, ho voluto esprimere il mio stile, il mio modo di fare blues, senza continuare a gironzolare intorno agli stessi shuffle e allo stesso suono, rischiando di cadere nell’impersonale”.

Il cambio palco forse qualcuno vorrebbe tardasse ancora un po’, ma i tempi tecnici stringono e gli americani fremono.

La vivacità casalinga della Honey Island Swamp band è immediatamente contagiosa e il groove inconfondibile della Louisiana arriva diretto, senza fronzoli, già sul brano d’apertura, Hi River Rag, un saluto al Mississippi. I balzi molleggiati di uno stravagante personaggio in salopette e piedi scalzi che spinge come uno stantuffo sul basso e che risponde al nome di Sam Price, accompagnano il ritmo pulsante della batteria di Paul Garland alzando i battiti fin da subito. In quel crogiolo musicale che la band propone sul set di Ameno, il funk della Big Easy è il motore principale che muove tutta la prima parte, a cominciare dagli accordi di Watch and Chain per continuare sulla lunga strada di Josephine, senza poi disdegnare magnetiche deviazioni che conducono in quegli universi tangenti il mondo dei Grateful Dead. Chris Spies  in più occasioni ci fa pensare a un Dr. John ancora con un piede sulla terra e il suo piano honky tonk, oltre a lanciarsi in assoli da brividi, è capace di creare un accompagnamento ritmico che trascina la band accentuandone il groove. Ogni volta, invece, che lo slide di Lee Yankie  scivola sulle corde, mi viene in mente il compiano Duane Allman, con le dovute distinzioni, ma il suo suono è vicino a quell’espressività che tanto ha contraddistinto la leggenda degli Allman.

Aaron Wikinson, oltre che essere autore della maggior parte dei pezzi, si occupa della seconda chitarra e della voce, trovando anche modo di intrufolarsi tra il pubblico con l’armonica sul blues di Rod and Reel e di trasformare il mandolino in una vigorosa ritmica con Seeds and Steam. Sono le mescolanze country, folk e southern a farsi sentire maggiormente nella seconda parte del set, come in Gone, sapido esempio di ciò che significa essere nati in quelle terre. Una musica calda e genuina senza pretese ma che attraversa in lungo e in largo gli stati del Sud. La HISW è il prototipo riuscito di ciò che significa riversare nel rock e nel funk la spontaneità del blues, gli umori che circolano a quelle latitudini, dove si incrociano le strade della musica americana.

Un suono denso, rotondo, in grado di ricreare alla maniera delle migliori band del sud il mood che si respira tra la Louisiana e la California, la loro seconda casa dopo la tragedia di Katrina. Una schiettezza e una vitalità che portano il pubblico ai piedi del palco su un finale contornato da un instancabile rock and roll.

Fotografie e video per gentile concessione di: Adriano Siberna