Larkin Poe

Larkin Poe

Milano, Spazio Teatro 89


29/03/2019 - di Helga Franzetti
Finalmente un po’ di freschezza e un po’ di volti nuovi tra il pubblico dei live … non me ne vogliano gli aficionados, pilastro portante di ogni episodio dove si possa ascoltare buona musica, ma la diversità è sempre segnale di ricchezza. Evidentemente il sound delle Larkin Poe è ben in grado di muoversi attraversando i confini generazionali, forse proprio perché riesce ad includere suoni antichi e modernità, o perché si presenta con l’insolenza del rock`n`roll ma rimane ancorato alle tradizioni del blues, si muove tra la ruvidità del garage e la musicalità del pop. A quanto pare, comunque, sembra essere la giusta formula per avvicinare personaggi di ogni estrazione, dalle chiome canute ai giovani curiosi, dai professionisti del settore abituati a una meticolosa ricerca degli outsider attraverso metodi consolidati ai ragazzi che invece rincorrono le novità attraverso le piattaforme digitali. Un pubblico che si ritrova in piedi a dimenare i fianchi in un “rinnovato” Spazio Teatro 89, trasformato appositamente in open space per l’occasione. Una musica che è un gran miscuglio, ma poco male se il risultato è quello di mettere insieme un mondo così eterogeneo, che apre spazi di veduta ai puristi e riesce ad avere attrattiva sui giovani, magari avvicinandoli alla scoperta della roots music. Una mistura comunque ben congeniata e sicuramente più apprezzabile dal vivo, dove i suoni emergono più autentici rispetto alle registrazioni, che appaiono invece ripulite o troppo elaborate. La forza delle Larkin Poe e dei loro compagni d’avventura, il bassista Tarka Layman e il batterista Kevin McGowan, rimane infatti la spontaneità che spicca sul set, l’intesa nelle improvvisazioni che ricorda le jam band degli anni settanta, mentre su disco la propensione è quella di lasciare troppo spazio ai suoni moderni e all’elettronica, piuttosto invadente nell’ultimo lavoro Venom and Faith.

Di sicuro la tendenza, in auge negli ultimi tempi, al lancio sul mercato di figure femminili con una chitarra in mano, ha contribuito all’interesse diffuso verso band come le Larkin Poe, ma è anche vero che nel mucchio troviamo di tutto. Le sorelle di Atlanta, per fortuna, riescono a distinguersi dignitosamente ed anche se la qualità non è ancora il tratto dominante, la presenza scenica, la sfrontatezza giovanile, la vitalità contagiosa, hanno il potere di dare una notevole freschezza all’onorata tradizione folk blues. Un’energia femminile che sta a metà tra la scuola più educata delle Dixie Chicks e l’irriverenza di Joan Jett. Il business del rock è cambiato, il business del rock è donna e in molti sono pronti a buttarsi nella mischia.

Due date in Italia e due Sold Out: non c’è come riconoscere il merito all’acuta intuizione di AZ-Blues e Slang Music che ci ha regalato la possibilità di apprezzare la naturalezza della band di Nashville prima che qualche major se le prenda e ne faccia melassa pop. Intanto nella serata milanese allo Spazio Teatro 89 ci siamo goduti un concerto variopinto, assistendo  alla predica blues del vecchio Son House e ballando sul martellante stomp di Hard Times Killing Floor Blues di Skip James, trascinati dalle sonorità glam dell’autografa Freedom e di una Black Betty fine anni ‘70.

Un’atmosfera colorata dall’audacia con la quale vengono riproposte le melodie tradizionali, come la sensualissima John The Revelator o il mantra funky di Sometimes che di sicuro ha scosso lo spirito di Bessie Jones. Rebecca ha una voce che “danza intorno al fuoco”, ammaliante e intrigante senza esagerazioni di alcun genere, mentre si diletta con chitarra slide e banjo a distribuire un groove coinvolgente. Si dimostra una buona intrattenitrice, estroversa e loquace introduce i brani in programma, sfoderando tre o quattro parole in un improbabile italiano che manda in giuggiole soprattutto il pubblico maschile. Megan pensa ai fatti, lei il fuoco lo alimenta, la sua vibrante lapsteel riporta in vita il delta del sud mescolandolo con i suoni sporchi del garage, Mississippi ne è l’immancabile foto, mentre Bleach Blonde Bottle Blues è un’esplosione di energia, fra clap eccitanti e vibrazioni irresistibili. Gli umori sinistri di Look Away, con quello slide che consuma le corde, e i riff turbolenti e vivaci di Blue Ridge Mountains completano il quadro, che mantiene l’equilibrio spostato verso il blues ma si muove in bilico tra tutto ciò che ne è parente.

La simbiosi tra le due sorelle è evidente, la chimica tra gli incroci sul palco, le chitarre sincronizzate e i dialoghi tra le voci è ciò che muove i fili sul set. Ottimo il lavoro della sezione ritmica a sostegno di un tiro mantenuto sempre alto durante tutto lo spettacolo. La formula, loro, l’hanno capita, dagli ingredienti del sound alla modalità di diffusione del prodotto, orientata verso il modernismo dei social e delle piattaforme web e sotto la spinta delle radio di Nashville. La speranza è che le ragazze possano continuare il cammino sulle loro gambe senza cedere troppo presto alle lusinghe di chi vorrà farne un fenomeno del momento, snaturando la personalità del loro sound, sorte toccata anche agli amati Black Keys. Intanto i presenti al live milanese hanno avuto la fortuna di cogliere la schiettezza e la piacevole immaturità della musica che, oggi, le impavide ragazze stanno portando in giro per tutto il mondo. Domani chissà.

  Foto di: Freddie Matranga

 

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