Chris Cain

Chris Cain

Varese / Giardini Estensi


28/07/2018 - di Helga Franzetti
Il Black and Blue Festival, che quest’anno spegne diciotto candeline, torna ad infiammare la città giardino in un`edizione abbreviata ma ugualmente interessante. Alessandro Zoccarato accompagna il figlioccio verso la maggiore età con la consapevolezza di proseguire in direzione di scelte sempre più difficili, ma con la volontà di portare a termine il cammino nonostante le dure scalate. 
La rassegna presenta ancora una volta selezioni di qualità e la serata centrale, sul tradizionale palco dei giardini Estensi di Varese, vede ospite una delle figure di spicco dello scenario blues americano.
Con la collaborazione di Slang Music, la chitarra di Chris Cain e la sua voce piena e profonda, hanno scaldato il palco assieme alla prodigiosa band che lo sta accompagnando nel tour italiano. Una sezione ritmica solida e compatta, composta da Lorenzo Poliandri alla batteria e Walter Cerasani al basso che dà tono e irrobustisce il sound di un classico Chicago blues ben suonato, unita alle tastiere del talentuoso Jan Korinek: “Sono felice di suonare con loro” dirà il protagonista, e sulle note di brani lunghissimi tutti avranno modo di avere spazio e dare forma alle proprie individualità.

Chris Cain si presenta sul palco con la sua Gibson e un sorriso genuino. Il look, con quella cravatta annodata corta, camicia azzurra e pantaloni larghi, ricorda più un venditore d`auto di seconda mano in una concessionarie di provincia americana, piuttosto che un bluesman di razza, invece sullo stage del Black and Blue è appena salito uno strepitoso musicista nominato ai Music Awards come chitarrista dell`anno e cresciuto nella Mecca del blues di Memphis in Beale Street.

La dimensione é quella delle sonorità urbane della Wind City, ma subito Chris Caine ci fa assaggiare ciò che più gli viene bene, inserendo intonazioni jazz tra i fraseggi di un blues scolastico. Il suono d`insieme è omogeneo, il basso esprime corposità, la batteria accompagna su ritmi rotondi e la sola voce basterebbe per certificare l`americano come un purosangue del blues: l`eredità afroamericana paterna è incisa nel dna e le tonalità ricordano quelle del grande BB King, uno dei suoi idoli. Durante il set lo ringrazierà per avergli cambiato la vita, raccontando che il padre era un suo grandissimo ammiratore e lo portava con sé ad ogni concerto (“L’ho visto dozzine di volte”). E quel sound inconfondibile si respira sulle note di Why I sing the blues suonata con cuore, anima e una band che viaggia in perfetta sintonia tra discese e salite (con una parentesi di Poliandri che picchia sui tamburi come una mitragliatrice), sulla grinta dello shuffle di Whola lotta love, con quel suo caratteristico riff introduttivo che preannuncia un’energico shuffle e sul cui finale si asciugheranno il sudore, e sulla melodia di Guess Who dove la voce si fa calda assieme alle soavi armonie di una chitarra ancora in prima linea che dialoga  deliziosamente con quella piccola tastiera trasformata in un caldissimo Hammond.

Il repertorio ripercorre un po’ tutta la strada del chitarrista americano, da una gustosissima Steppin on a Higway di inizio carriera velocizzata e arricchita da ritmi funky e dove un divertente basso slappato tiene alto il tiro assieme ad un incredibile Korinec alle tastiere, passando per Good Evening Baby e Crosscut, favolosa rumba blues di cui la sezione ritmica tesse la trama attraverso un groove ritmato e coinvolgente e sul quale la chitarra disegna assoli frizzanti e puliti.

Si passa poi per Helping Hands e Drinking Tequila presenti su Unscheduled Flight del 2007, fino ad arrivare agli ultimi nati My Baby Wants To Leave e Sweet 16, romantico slow dove Cain diventa una cosa sola con la sua chitarra come fosse una bellissima donna da accarezzare su un tappeto di Hammond. Giocando coi volumi della sua Gibson, la voce si fa appassionata, quasi implorante, tra fraseggi dolcissimi e il suono delicato della band che si sente appena, fino a un urgente crescendo che arriva quasi ai venti minuti.
Ringrazia molto Chris, è felice di suonare: la sua musica rappresenta tutto ciò che è, e i lunghi applausi ripagano sudore e sentimento. Il finale ci regala un assaggio di quello Cain sa fare seduto davanti alle tastiere, una sorta di preghiera gospel che trascina in una dimensione da chiesetta nel Sud degli States.

Il suo sound possiede indubbiamente tutta la classicità del blues di Chicago, ma emergono la maturità e l’autenticità di un musicista di grande esperienza. Negli inserimenti non è mai banale eil suo stile espressivo e versatile è il risultato di una formazione a 360 gradi (suona piano, banjo, clarinetto e sassofono), mentre la passione e l’intensità della sua chitarra ricordano quella di Albert King. Gusto e fantasia non mancano mai sul set con un artista di questo calibro, e la sua spontaneità insieme alla sua allegria lo proiettano verso il pubblico in uno spettacolo piacevole e spassoso, oltre a dare modo di apprezzarne l’indiscusso talento.

Foto di: Helga Franzetti

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