Superdownhome

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Besozzo / Teatro Duse


26/01/2019 - di Helga Franzetti
L’attesa per i concerti programmati al teatro Duse ha sempre lasciato col fiato sospeso perché mai si è potuta prevedere la risposta del pubblico di provincia a questo tipo di iniziative, in un certo qual modo non rivolte ai grandi numeri, ma dettate dall`intenzione di portare sul palco una proposta di qualità. Così Black and Blue, Musical Box e l’assessorato alla cultura, lanciando la proposta di collaborazione a Slang Music, potevano solo sperare di vedere accolta con entusiasmo la serata di questo sabato besozzese. E succede che gli amanti della buona musica ben accolgono l’invito degli organizzatori, con un teatro in fermento e per tre quarti occupato.

L`apertura sulle note diffuse a buon volume di Litanie De Saints del Dr.John, li presenta sul palco eleganti e composti, ma quando Henry Sauda inizia a strapazzare le corde della sua Resonator e Beppe Facchetti a far viaggiare come un treno cassa e rullante, il mood si fa subito terroso e profano e il sound di Booze Bloodhound, pezzo col quale decidono di dar fuoco alle polveri, diventa la dimostrazione di quanto "elegante" può essere la potenza. Sulle orme di quella formula a due che ricalca la pazzia di Seasick Steve e il groove dei Black Keys, i Superdownhome, provenienti dalle pianure bresciane, hanno infilato una serie di colpacci, fra i quali le aperture al tour del maestoso Popa Chubby, ospite nel loro ultimo disco e  produttore di quello in uscita a marzo. Ma il palco del Duse, in una serata di fine settimana, è riservato solo a loro e il pubblico se li aspetta, come descrive la locandina, sporchi e cattivi. Con quel blues intossicato che gioca con gli spiriti ai crocevia del Mississippi quando al grido di If I Had Possession Over Judgment Day o sulla versione ritmata di Stop Breaking Down Blues risponde all’appello il padre Robert Johnson, e che è capace di trasformarsi in un r`n`r distorto su Dust my Brown di Elmore James, i Superdownhome si presentano come un duo robusto e grintoso, in grado di dare un`interpretazione personale ed energica a quelle sonorità ridotte all`osso e tanto amate a certe latitudini laggiù in America.

Così le atmosfere sospese di Down in Mississippi, i suoni saturi e grezzi di Disabuse Boogie, o ancora il groove viscerale di Drunk and Mean, riconducono a quell’approccio ruvido e minimale equipaggiato immancabilmente con fingerstyle e distorsioni alla ZZ Top. Diretti nella forma e nella sostanza, costruiscono un suono grezzo e genuino, corredato da una strumentazione alquanto bizzarra: un Tape Reel box costruito con il contenitore di una bobina da film, Diddley Bow a tre e due corde e un Cigarbox Resonator, sapientemente maltrattati dalle mani di Henry Sauda. I loro argomenti non possono che raccontare di “diavoli blu”, fra temi che rimescolano pene d’amore, rabbia e solitudine. In Twenty Four Days, brano che regala il titolo all’ultimo disco, si parla di abbandono (24 giorni senza di lei nella speranza che torni ma abbandonandosi alla consapevolezza che non lo farà), in Booze is My Self-Control Device che sarà presente nel prossimo album si tollerano buone dosi di alcol, e si gioca coi doppi sensi sul ritmo vizioso di I’m A King Bee (Slim Harpo) o sulle allusioni di Shake Your Moneymaker (Elmore James). Un suono ruvido e greve, che si muove attraverso sinuose serpentine fra effetti voce e sferzate elettroniche su Over You, o scivola sugli ipnotici slide di Hoochie Coochie Man. E per non lasciare ulteriori dubbi sulla logora attitudine, i due imbrattano il set con le incursioni garage di I’m Broke (altro gioiellino regalato in anteprima al pubblico varesotto) e gli attacchi proto-punk di Kick Out The Jams, cover degli Mc5.

Ogni tanto, però, si lasciano andare ad allunghi vagamente folk come nella ballatona Goodbye Girl, dando spazio a influenze di americana in Motorway Son, anticipazione del nuovo album, o ancora abbandonandosi ai riff confusamente pop di Bad Nature, giusto per tirare un attimo il fiato. Ma la voce fangosa di guitar man Henry Sauda e il ritmo incalzante tracciato da drum machine Beppe Facchetti, trasudano una carica travolgente, trasmettono una sensualità che rimescola il sangue, sia che si parli di maestri conosciuti, sia che si suoni attorno a idee personali: è quella sensazione che ti prende e ti sbatte sul palcoscenico, quella dissacrante attrazione per il blues “sporco e cattivo”. 

Foto di: Luca Muffatti

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