Giorgio Canali

live report

Giorgio Canali Roma, Monk

24/10/2020 di Arianna Marsico

#Giorgio Canali#Italiana#Rock

È un concerto triste. Come se potessimo essere eroi solo per un giorno. Nell’aria pesano le bozze del DPCM e l’indomani al risveglio, i timori si saranno concretizzati. “I tempi cambiano, io porto gli occhiali e voi state seduti”. Con queste parole Giorgio Canali apre il suo ultimo (chissà per quanto a questo punto) concerto, come Rossosolo.

Solo la chitarra a saturare l’aria e i cuori di chi ascolta. Inizia con Piove, che viene giù “sulla vita in diretta”, sul surrogato dello streaming, sull’idea che ogni esperienza diretta che possa essere sostituita dal virtuale (non è demonizzazione, ma mera constatazione). Nostra signora della dinamite è plumbea, con la musica che sembra farsi Resistenza Angeli autistici/Svolazzano ostinati intorno/Qualcuno deve dirglielo/
Che non è giorno oggi”. Messaggi a nessuno
ha un sapore dolente. Undici è davvero un ritratto di un mondo in cui il falso imperversa.

Questo concerto in circostanze così allucinate è anche un modo per presentare degli inediti del disco in uscita per il 4 dicembre. “Venti canzoni di merda” ghigna Giorgio, prima di dire: “È bellissimo”.

“Da grande voglio fare Bob Dylan” afferma, e in effetti i brani ascoltati danno l’impressione di aver fotografato un momento molto particolare, in cui lo sguardo tagliente e disincantato sulla realtà che Canali ha sempre mostrato sembra incrinarsi su una malinconica consapevolezza del fatto che qualcosa sia cambiato, forse rotto per sempre. Come se delle Nuvole senza Messico (magistrale, fra l’altro) passando avessero disseminato ombre e dubbi. Si chiude con Precipito e con Lettera del Compagno Lazlo al Colonnello Valerio (triste coincidenza, il giorno dopo ci avrebbe lasciato Germano Nicolini, il Comandante Diavolo).

Giorgio augura contrariato la buonanotte la buonanotte alle nove di sera, lasciandoci una riflessione sulla situazione attuale. Riflessione che può essere condivisa o meno, ma che va vista soprattutto come un monito a non spegnere il cervello, mai. Come ai tempi di Rojo, quando ci allertava sui professionisti della rivolta. Anche se la piazza piena, che sia piena di un “milione di brioche” o di appassionati di musica, cinema e teatro, per un tempo indefinito sarà un ricordo.

A presto Giorgio.