Ry Cooder, Joachim Cooder And The Hamiltones

Ry Cooder, Joachim Cooder And The Hamiltones

Parigi / OLYMPIA- BRUNO COQUATRIX


21/10/2018 - di Aldo Pedron
20/10/2018

Parigi - Cafè de la Danse

 

Robert Francis

 

Robert Anthony Commagere (Los Angeles, 1987), in arte Robert Francis (dal nome di suo padre pianista e con madre messicana), fratello minore di Juliette Commagere (Los Angeles, 1978), quest’ultima compagna di scuola ed ora moglie di Joachim Cooder si presenta inaspettatamente al Café de la Danse di Parigi (una hall stipata con almeno 400 persone) con una formazione prettamente acustica a trio. Uno splendido concerto con un Robert Francis a tratti esilarante come quando racconta di aver comperato per 100 dollari il biglietto al batterista mai arrivato in quanto la compagnia aerea (Air Primiera?) nel frattempo è fallita! Di conseguenza la Set List va modificata, peccato che i vari fogli che circolano sul palco sono quelli sbagliati e deve suggerire al suo manager la password: 1,2,3,4,5,6 del suo tablet per cercare la scaletta aggiornata e corretta.  Dotato di una magnifica voce, Robert presenta davanti ad un pubblico assai attento e preparato e che conosce molte sue canzoni a memoria, alcuni brani del vasto repertorio (dal 2007 al 2016 ha pubblicato sette album come solista). Polistrumentista, chitarrista, pianista, songwriter e bassista (al basso nell’ultima tournée americana con la Ry Cooder band), quando inizia la splendida Little Girl, si scusa e sottolinea di dimenticare spesso le parole e che Ry Cooder (on tour) portava sul palco il suo I Pad con il testo in suo soccorso.  A seguire, Robert Francis ci fa ascoltare Before Nightfall, Indian Summer, One By One, Amaretto, Sad Girl ed altre meraviglie, canzoni che gli fanno riportare alla mente alcune avventure amorose, una su tutte, con Bianca, una ragazza fuori di testa che gliene combina di tutti i colori. A tratti Robert, davvero eccellente sia come autore che come cantante e strumentista, mi ricorda alcune movenze e passaggi vocali alla Ben Harper. Di sicuro la serata è piacevolissima con una manciata di canzoni davvero riuscite, accattivanti e ben interpretate. Un artista dai testi malinconici, la voce roca e la musica che sta tra l’indie-rock ed il contemporary folk ma dal groove assai dolce. Alla domanda a fine concerto perché non suoni domani con Ry Cooder… se la cava con un sorriso ed un diplomatico non sempre è facile suonare con la famiglia...

21/10/2018

Olympia

Ry COODER



A Parigi il tempio della musica si chiama Olympia, storico teatro e music hall situato nel 9° arrondissement, con una capienza di 1996 posti, nato nel 1888 per volontà di Joseph Oller e Charles Ziedler che furono poi anche gli ideatori del Moulin Rouge. A dire il vero non potevo esimermi di andare a vedere e sentire Ry Cooder in questa sua ultima data del tour europeo in cui presenta dal vivo 6 dei 12 brani del suo ultimo album intitolato The Prodigal Son pubblicato l’11 Maggio del 2018. La fama dell’Olympia è davvero enorme, se non che nonostante una spaziosa e lussuosissima hall, all’interno si rimane delusi dalle poltrone assai datate, scomode e con una visuale non degna di una concert hall così rinomata.  Lo spettacolo di Ry Cooder è assai variegato con diverse situazioni e momenti differenti anche se assai simile se non uguale ad esempio alle tappe precedenti di Anversa, Dublino, Glasgow, Ostend (Belgio), Antwerp (Belgio), Amsterdam e Londra. Sono presenti per la cronaca alcuni appassionati arrivati da Napoli (Giovanni De Liguori), Treviso, Voghera (Claudio Magnani), Gallarate(Va) e provenienti da diverse parti d’Italia.

La prima mezz’ora vede Joachim Cooder che suona uno strumento inusuale chiamato Array Mbira accompagnato dal solo Sam Gendel al sax. Una vera world music, qui ben rappresentata con un mix di suoni e ritmi di Asia, Middle East e Africa. Qualcuno si è avventurato nel definire la sua musica una sorta di Electro-Congo-Bali Blues. 

Con l’arrivo sul palco di Ry Cooder, personaggio assai carismatico, l’atmosfera e la musica cambiano. Oltre a ricordare più volte che nella hall c’è in vendita il suo nuovo CD The Prodigal Son (vi assicuro … A Good One dice sorridendo) e fare la battuta che se il disco non vi piacerà vi restituirò i soldi) esegue 6 delle 12 canzoni del suo nuovo album.

Ry Cooder ancora una volta con questo show a cui abbiamo assistito ci conferma di essere in assoluto uno dei migliori studiosi ed interpreti della tradizione musicale americana. Un autentico viaggiatore dei suoni che in ogni sua canzone passa elegantemente dal blues al tex-mex, al country, al folk, al gospel e spiritual e con un pizzico di world music arrangiata secondi alcuni schemi e stilemi più moderni.

Il polistrumentista di Los Angeles Sam Gendel, sassofonista e chitarrista di avant-guarde con esplorazioni metafisiche ed alcuni album già al suo attivo, è l’anima della serata in quanto con il suo sax e vari aggeggi elettronici crea numerose architetture sonore nei brani di Ry Cooder.

Di Nobody’s is fault but mine di Joseph Blind Willie Johnson che la incise per la prima volta a Dallas il 3 Dicembre del 1927 per la Columbia, ricordiamo anche la versione acustica di John Renbourn del 1966, dei Led Zeppelin nell’album Presence del 1976 e di David Bromberg nell’ellepì Reckless Abandon del 1977 e qui semplicemente viene reinterpretata in maniera superlativa.

Ry Cooder cambia chitarra ad ogni brano e la magia rimane in ogni sua esibizione.  I brani del suo nuovo album brillano e luccicano di luce propria come nel caso di Straight Street (in apertura di The Prodigal Son) dove il valore aggiunto si chiama The Hamiltones, il trio di Charlotte nel Nord Carolina che canta divinamente e mi ricorda i migliori Chambers Brothers.

Go home, girl al solito è stupenda, lenta, fortemente cadenzata, sublime, da far riappacificare il mondo intero con le sue magnifiche sonorità.

Harbor of love (da The Prodigal Son) è l’unica canzone che non mi convince, complice secondo me il figlio Joachim che già nell’ultimo album spinge il padre alla ricerca di suoni, tonalità e arrangiamenti differenti e moderni. 

In Vigilante man di Woody Guthrie (dalle Dust Bowl ballads di Woody Guthrie), Ry Cooder solo sul palco con la sua chitarra bottleneck, canta e ci infila un verso in cui dice John Lee Hooker for President (titolo di un suo brano nell’album Pull Up Some Dust And Sit Down del 2011) ed il pubblico divertito approva con un boato!

The Hamiltones si ritagliano il loro momento con l’esecuzione di due brani da brivido e pelle d’oca come Highway 74 e Gotta Loving Me strappando lunghi applausi e la consapevolezza che Ry Cooder ha trovato tre nuovi portenti per i suoi brani arrangiati in chiave gospel-spiritual. Jesus on the mainline concilia l’intera platea che canta insieme a lui in coro.

Fedele alla sua appassionata vocazione e conoscenza enciclopedica, Ry, nel suo più recente album approfondisce il tema in ogni sua possibile declinazione musicale: dal gospel con tutti i crismi di Everybody Ought To Treat A Stranger Righta al folk avvolgente della stupenda You Must Unload, forse uno dei momenti più toccanti ed emozionanti del suo disco e della sua performance a Parigi.

Gli stati del Texas, Mississippi, Nord Carolina, California e Messico con le loro immagini passano tutti in rassegna nelle sue meravigliose canzoni.  Sam Gendel si adatta ad ogni brano facendo sì che dal suo sassofono escano suoni a volte magicamente mischiati con chiavi di violino, synth e tastiere varie. 

Ry Cooder con il suo stile singolare ed arrangiamenti suntuosi ha fatto proprio vari traditional come nel caso di How can a poor man stand such time and live?  di Blind Alfred Reed (1899-1956),  incisa nel suo primo LP omonimo Ry Cooder pubblicato nel Novembre del 1970 e da lui ascoltata per la prima volta in un album dei New Lost City Ramblers dal titolo Songs Of Depression pubblicato dalla Folkways nel 1959.

Ry Cooder ha dichiarato di non essere religioso e di non stare a cercare la salvezza con la sua musica ma di essere fortemente attratto da queste canzoni (gospel e spiritual proposti anche in The Prodigal Son e sul palco parigino) sentendosi nel cantarle e suonarle in un particolare mood di venerazione, una parola quasi magica che lui sentì una volta dalla maestra della scuola materna di sua nipote, una donna Kashmiri che disse… non vogliamo insegnare religione ma infondere venerazione.  Tutto ciò sicuramente può descrivere bene questa musica e Ry Cooder la interpreta magistralmente.

99 and ½ (Won’t Do) è un super classico traditional di Dorothy Love Coates e dove la commovente e toccante interpretazione delle voci soliste di The Hamiltones vale da sola il prezzo del biglietto. Una brillante esecuzione fortemente emotiva dove il trio dà il meglio di sé stesso e la band li accompagna con infinita classe che quasi ci sembra di toccare il paradiso. Ry Cooder aveva già rivisitato questo brano con aggiunta di alcune liriche per il bellissimo disco We’ll Never Turn Back di Mavis Staples da lui prodotto nel 2007 e con Joachim Cooder a curare alcuni arrangiamenti.

Ry Cooder maestro indiscusso della slide conferma tutta la sua ecletticità avventurandosi nelle più svariate e variopinte musiche internazionali e lo fa con una insuperabile classe. Nelle sue otto date del tour europeo e a Parigi è riuscito nuovamente a sorprenderci, complice i vestiti da lui usati per abbellire le sue canzoni che avevamo già ascoltato tante volte nei suoi dischi o in passato e grazie a nuove strategie e arrangiamenti, a volte bizzarri che hanno dato un tocco di originalità ad ogni suo pezzo complice la riuscita ambientazione eterea creata dal figlio Joachim Cooder.

Il fascino della musica tradizionale americana, i suoni, i ritmi, i colori di ciascun brano fanno parte del suo meraviglioso ed interminabile mosaico che con lui continua a farci vibrare e sognare.  Un concerto pieno di suggestioni che meritava di essere visto e che ci restituisce ancora una volta un artista come Ry Cooder che resta essenziale, imprescindibile ed assolutamente da ascoltare.  

 

 

 

 

 

 

FORMAZIONE :

Ry Cooder (chitarre e voce solista)

Mark Fein (basso)

Joachim Cooder (batteria, percussioni, Array Mbira)

Sam Gendel (sax e suoni campionati vari)

Tony Lelo, 2 E, J. Vito (The Hamiltones, di Charlotte, North Carolina, Usa)

 

SET LIST:

. Fuchsia Machu Picchu (sul palco i soli Joachim Cooder e Sam Gendel al sax. Dal suo omonimo mini CD Fuchsia Machu Picchu del 2017.

. Strange love  (cover di un brano di Slim Harpo, con il duo Joachim Cooder e Sam Gendel)

. Forth Smith, Arkansas (con i soli Joachim Cooder e Sam Gendel) 

. Country Blues  (cover di un brano  degli anni ’20 di Moran Lee Dock Boggs, banjoista originario di West Morton, Virginia. Importante songwriter, cantante e musicista old-time vissuto 73 anni dal 1898 al 1971. Lee Hansucker, cognato di Dock Boggs, gli fa imparare diverse canzoni religiose tra cui Prodigal Son, titolo e brano ripreso nell’ultimo album dallo stesso Ry Cooder. Qui il pezzo è tratto dal mini CD di Joachim Cooder Fuchsia Machu Picchu e con i soli Joachim Cooder e Sam Gendel sul palco)

. Nobody ‘s Fault but Mine (cover di un brano di Joseph Blind Willie Johnson e dall’album The Prodigal Son con i soli Ry Cooder alla chitarra e Sam Gendel al sax)

. Everybody Ought To Treat A Stranger Right (cover di Blind Willie Johnson e dall’album The   Prodigal Son)

 

. Straight  Street  (cover dei Pilgrim Travelers e dall’album The Prodigal Son)

. Go Home Girl  (cover di un brano di Arthur Alexander del 1963 e dall’album di Ry Cooder Bop till you drop del 1979)

. Harbor Of Love  (cover di un brano di The Stanley Brothers e dall’album The Prodigal Son)

. The Very Thing That Makes You Rich (Make Me Poor) (composta da Sidney Bailey, un taxista di colore di Memphis che Ry Cooder incontra grazie al songwriter di Nashville Chips Moman che dà un demo a Cooder con 50 canzoni di Sidney Bailey e Ry alla fine incide questo brano che lo colpisce particolarmente. Anni dopo Ry incontra Bailey e gli dà 200 dollari, dato che nessuna royalties era pervenuta all’autore del brano dato che la Warner Bros. non era nemmeno riuscita a rintracciarlo!  Il brano è tratto dall’ottavo album di Ry Cooder Bop till you drop del 1979)

. Vigilante Man (cover di un brano di Woody Guthrie con il solo Ry Cooder alla chitarra elettrica sul palco).

.  Highway 74   (interpretata e cantata dal trio The Hamiltones senza Ry Cooder)

. Gotta Be Lovin Me  (interpretata e cantata dal trio The Hamiltones)

. You Must Unload  (dall’album The Prodigal Son)

. Jesus On The Mainline (cover di un brano di Mississippi Fred Mc Dowell)

. How Can A Poor Man Stand Such Times And Live?  (cover di un brano di Blind Alfred Reed)

. Down In The Boondocks (cover di un motivo composto da Joe South nel 1965 ed interpretato ed inciso per primo da Billy Joe Royal)

. The Prodigal Son (dall’omonimo album The Prodigal Son)

. 99 ½ Won’t Do (Ninety-Nine and One Half Won’t Do), è una cover di un pezzo scritto da Dorothy Love Coates e da lei inciso originariamente con The Original Gospel Harmonettes nel 1956 e qui con le voci soliste di The Hamiltones)

BIS :

. I Can’t Win (cover di un brano rhythm and blues di The Invincibles, un singolo inciso come Can’t Win nel Marzo del 1966 per la etichetta Loma. Tratta dall’album di Ry Cooder intitolato Bop till you drop del 1979)