Mary Gauthier

Mary Gauthier

Cantù / 1e35


21/10/2014 - di Laura Bianchi


Mary Gauthier ha molto vissuto, molto sofferto e amato. Ama e soffre ancora, e vive per raccontare le sue sofferenze e i suoi amori, dipingendo un`umanità dolente e marginale, o emarginata, nelle sue storie minime,  armata di chitarra, armonica e una voce sempre più matura ed espressiva, dai mille chiaroscuri.

"Trouble and love" è il titolo del suo ultimo lavoro, che sta presentando in tutta Europa, raccogliendo ovunque caldissimi consensi, proprio per la straordinaria coerenza intima fra vita vissuta e cantata, oltre che per un tratto umano, che rivela la grandezza e insieme l`umiltà di un`artista sensibile e fortemente empatica con la platea dei suoi ascoltatori.

 Se ne ha una prova evidente a Cantù, nello storico locale "All`una e trentacinque circa", che ospita la prima data italiana del tour della Gauthier, il cui concerto è ottimamente  aperto da Ben Glover. Il giovane cantautore di Belfast, che ha inciso un disco impreziosito da collaborazioni autorevoli, fra cui la stessa Gauthier, propone un set ad alto impatto emozionale, grazie a un pugno di belle canzoni e ad una voce vibrante e coinvolgente, sulla scia di Van Morrison (oltre ai suoi brani originali, convincente la sua versione di "Into the mystic").

Il locale è colmo di autentici appassionati di musica di qualità, che inseguono da un capo all’altro di un’Italia solo marginalmente toccata dai grandi eventi; ma per la Gauthier sono tutti presenti, pronti ad assorbire ogni nota della songstress americana, in un silenzio che definire religioso non è fuori luogo.

Un rito è infatti quello che si consuma sul piccolo palco di Cantù; un rito che ha come gran sacerdotessa questa Americana troubadour, e come officiante un Michele Gazich in splendida forma, ottimo sparring partner, che sottolinea, da sensibile interprete qual è, col suo magico violino, ogni sfumatura di cui il songbook della Gauthier è ricco. Sfilano così, una dopo l’altra, le canzoni nuovissime di Trouble and love, un album che conferma la compiuta maturità di un’artista completa, alternate a perle del suo repertorio passato, come l’indimenticabile Mercy now (che “ Rolling stone ha scelto fra le più tristi canzoni country di tutti i tempi…però per me non è triste, e non è country!”, come ironizza la Gauthier), oppure l’intensa “The last of the hobo kings”, vero e proprio inno alla dignità dei senza dimora e di quanti vengono ingiustamente emarginati da una società, sempre più tesa all’immagine vincente e superficiale del ben-essere, che coincide col ben-avere.

Anche Ben Glover viene coinvolto in qualche pezzo, come “Halfway home”, un pezzo composto durante una due giorni terapeutica in Texas, chiamata “Songwriting with soldiers”, con quindici reduci dalla guerra in Afghanistan: versi come “I won’t let it twin, the darkness won’t win, and I must be on my way to come home” sono destinati ad entrare di diritto nel Gotha delle “canzoni contro la guerra” di sempre; oppure come “Oh soul”, presente nel disco di Glover, nata durante un’esperienza vicina allo spiritismo dello stesso autore, coinvolto in una rievocazione di Robert Johnson, anomalo gospel al contrario,  fra preghiera  ed esorcismo, denso della sofferenza e della passione del Delta.

L’attenzione, la concentrazione e il silenzio del pubblico non calano mai, durante l’ora e mezza di performance: e, quando la Gauthier, richiamata a gran voce per gli encores, saluta con un’emozionante cover di Sam Baker,“Go in peace”, gli spettatori sono ormai in totale armonia empatica con lei, e realizzano una semplice verità: se il songwriting è un mestiere e un’arte, è anche un dono, che va condiviso fra anime sensibili. Sulla strada verso casa, il cuore riecheggia ancora degli ultimi versi: “Let us go into the dark / Not afraid, not alone / Let us hope by some good pleasure / Safely to arrive at home.”

Grazie, Sister Mary, Brother Ben and Michele. God bless you.

 

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