Billy Bragg

live report

Billy Bragg Teatro Dal Verme, Milano

20/07/2014 di Luciano Re

#Billy Bragg#Rock Internazionale#Folk

“Il vero nemico è il cinismo”, questo il messaggio che Billy Bragg rivolge al pubblico del Teatro Dal Verme, prima di lanciarsi in un’appassionata dichiarazione di fede nel pubblico che lo segue e che con il proprio impegno quotidiano può cambiare il mondo, contrariamente alla musica (e se lo dice lui che ci prova da tre decenni abbondanti, c’è senz’altro da credergli) e nella travolgente esecuzione di Waiting for the Great Leap Forward che chiude trionfalmente il concerto.

Un messaggio che sintetizza alla perfezione il senso dell’impegno civile e politico che da sempre caratterizza la produzione musicale e la carriera, ormai ultratrentennale, del bardo di Barking (autodefinizione, certo non priva di una robusta dose di autoironia, altra componente fondamentale della vita e delle opere di mister Bragg).

Elementi che però non vanno certo ad inficiare l’aspetto strettamente musicale che, al contrario - con l’avvio di un nuovo corso della sua carriera con Tooth & Nail, album pubblicato lo scorso anno con la produzione di Joe Henry (nientemeno) – ha conosciuto una notevole ed apprezzabile evoluzione, grazie alla quale i classici del suo repertorio vengono rivestiti di nuove sonorità e vengono offerte nuove e convincenti composizioni di altrettanto fascino.

A rendere ancora più piacevole e coinvolgente la serata, l’incredibile capacità comunicativa di Billy Bragg che alterna alle canzoni lunghi monologhi carichi di ironia, che arrivano a destinazione superando anche la barriera dell’idioma e della sua pronuncia cockney certamente non conforme a quella insegnata nei corsi – scolastici e no – di lingua inglese (ma d’altra parte è lui stesso ad avvisare in partenza che il suo italiano non è affatto migliorato dalla sua ultima apparizione nel nostro Paese, mentre il suo inglese è peggiorato…)

Monologhi in cui si fondono i dolori del tifoso di calcio britannico per l’esito dei recenti mondiali (come dire: mal comune….), aneddoti della vita on the road (ivi compreso il racconto di un’invasione di palco con annesso spogliarello durante l’esecuzione di Greetings to the New Brunette durante un concerto in Tasmania), analisi etno-musicologiche al limite del paradosso (l’Americana – altresì definita come country music per gente che ama gli Smiths – l’avrebbero inventata gli inglesi, già negli anni Cinquanta con il fenomeno dello skiffle), considerazioni oltremodo serie sul nuovo ordine mondiale e mille altre cose ancora.

Venendo all’aspetto strettamente musicale, il concerto ricalca per sonorità – e in una certa qual misura anche per la setlist – il recente (e magnifico) Live At The Union Chapel, con l’apertura riservata ad Ideology, pezzo originariamente contenuto nel “difficile terzo album” Talking With The Taxman About Poetry, con una melodia che certo rimanda alla dylaniana Chimes of Freedom ed un arrangiamento jingle – jangle di byrdsiana memoria.

Dopo No One Knows Nothing Anymore, arriva un trittico di canzoni in omaggio a Woody Guthrie, con due pezzi delle sessions di Mermaid Avenue – la sognante Way Over Yonder in the Minor Key ed una rockatissima All You Fascists Bound to Lose – a fare da cornice alla splendida rivisitazione di I Ain’t Got No Home in this World Anymore, tratte dalla leggendarie incisioni delle Dust Bowl Ballads di cui Bragg non manca di sottolineare il carattere di attualità, benché sia stata scritta settantacinque anni orsono.

Dopo You Woke Up My Neighboorhood e l’enunciazione della già ricordata teoria sulla nascita dell’Americana, arriva la sorpresa della serata a conferma della tesi espressa: una scintillante versione di Dead Flowers, un gioiello country rock firmato dalla coppia Jagger & Richards ai tempi di Sticky Fingers (ma senza voler necessariamente confutare la tesi di mister Bragg, è forse il caso di ricordare che ai tempi Keith Richards condivideva larga parte del suo tempo e  dei suoi vizi con Gram Parsons, vero ispiratore di questo e di altri pezzi degli Stones del periodo), a cui fa seguito una Greetings to the New Brunette riarrangiata in conformità al nuovo indirizzo sonoro del nostro (ma, a dire il vero, la chitarra di Johnny Marr che adornava la versione originale si fa decisamente rimpiangere).

Dopo una doppietta di canzoni tratta da Tooth & Nail, viene ripescata Sexuality tratta dall’album dei primi anni Novanta Don’t Try This At Home (presente con ben quattro pezzi nella setlist) e si ritorna poi a Woody Guthrie e a Mermaid Avenue con l’esecuzione di California Stars.

Altro siparietto dedicato proprio alle sessioni di Mermaid Avenue, al riguardo delle quali Bragg ricorda come Nora Guthrie gli avesse affidato l’incarico di metter mano agli archivi paterni (circa tremila canzoni inedite!) affascinata dalla visione che gli europei hanno della figura di Woody Guthrie, al che Bragg racconta – ovviamente scherzando – che prima dei Wilco aveva pensato ai Kraftwerk come possibili partners del progetto, salvo poi trovarsi di fronte a tre robot con il libretto di istruzioni scritto solo in tedesco…

Detto questo, la band attacca con un ritmo ipnotico che sembra proprio arrivare da Autobahn, che si trasforma però in una sorprendente ed energica versione della classica A New England con tanto di cori del pubblico, seguita da Accident Waiting To Happen che chiude il set.

L’apertura dei bis è un tuffo nel passato di quel Billy Bragg che, a inizio carriera, sosteneva che quando andava da solo su un palco armato unicamente della sua chitarra non aveva come riferimento Simon & Garfunkel, ma i Clash e le versioni di To Have and To Have Not e dell’inno sindacale There’s a Power In The Union offerte nell’occasione forniscono una piena conferma di questa antica dichiarazione d’intenti.

Arriva poi Tank Park Salute e la già citata chiusura di Waiting for the Great Leap Forward in cui i membri della band tornano ad uno ad uno sulla scena per essere presentati ed incassare la loro meritata dose di applausi.

Al riguardo da segnalare in particolare il grande lavoro di CJ Hillman impegnato alla chitarra elettrica, al dobro e alla steel guitar e del tastierista Kenny Dickenson, principali artefici del sound di questa nuova giovinezza artistica di Billy Bragg, mentre la sezione ritmica è composta da Luke Bullen alla batteria e da Dave Evans al basso.

Grande serata, quindi, complice anche la cornice del Teatro Dal Verme e la sua perfetta acustica: peccato solo per i troppi posti vuoti in platea, ma davvero in occasioni come questa sono gli assenti ad aver torto.

Fotografia di Elena Barusco



Setlist:

Ideology

No One Knows Nothing Anymore

Way Over Yonder In The Minor Key

I Ain't Got No Home

All You Fascists Bound To Lose

You Woke Up My Neighbourhood

Dead Flowers

Greetings To The New Brunette

There Will Be A Reckoning

Handyman Blues

Sexuality

California Stars

A New England

Accident Waiting To Happen

 

Bis:

To Have And To Have Not

There Is Power In A Union

Tank Park Salute

Waiting For The Great Leap Forward