Martin Sexton

Martin Sexton

Cantù / Allunaetrentacinquecirca


19/11/2018 - di Laura Bianchi
Fuori dalle porte dell’accogliente club Allunaetrentacinquecirca di Cantù, l’inverno incipiente imperversa; gelo, pioggia e vento però non entrano, e ci prepariamo a lasciarci scaldare dalla musica di qualità. In questo caso, poi, al desiderio di trascorrere una bella serata, si aggiunge la curiosità di ascoltare finalmente live uno dei performer americani più acclamati, Martin Sexton, per la prima volta in Italia.

Se la fama dei suoi concerti, intrisi di soul e blues, è giunta fino a noi, il suo culto non è però così diffuso; e il pubblico di Cantù, complice il maltempo, non è numeroso come ci si aspetterebbe, per un evento che si preannuncia irripetibile.

Alessandro Lepore, udinese con una lunga permanenza a Phoenix (Arizona), apre la serata incantando tutti con un tocco chitarristico degno della migliore tradizione Americana e con una voce espressiva, sensibile e potente insieme, presentando storie in gran parte autobiografiche, come l’intensa So alone and missing home, ma in cui tutti si possono riconoscere, perché un po’ tutti, qui dentro, ci sentiamo nati on the wrong side of the road. Sinceramente emozionato e grato di poter aprire il concerto di Sexton (ma dovrebbe esserci abituato: infatti si è anche esibito prima di Michael McDermott, prezioso collaboratore del suo ultimo lavoro in uscita, The long silence…), Lepore crea la giusta atmosfera per accogliere l’arrivo del cinquantaduenne, ma forever young, di Syracuse, alle spalle una lunga esperienza on the road, chitarra e voce; anzi, voci.

Sexton infatti è più di un cantautore: è un autentico uomo orchestra, capace di passare da falsetti a tonalità scure, da colori drammatici a gag ironiche, da assoli potenti all’imitazione di una batteria, mentre riesce a fare parlare anche la sua sei corde, rendendola, volta per volta, un basso, uno strumento a percussione, un dulcimer, una classica, una slide.

Gli occhi di Sexton non si staccano mai dal suo pubblico, a cui spesso si avvicina anche fisicamente, allontanandosi con maestria dal microfono, per enfatizzare gli effetti della sua poliedrica voce, o per incitare, con numerosi Come on!, i sing along dei presenti. I quali rispondono con entusiasmo crescente, come nella lunga, esaltante suite, in cui Sexton, da Hallelujah, un suo splendido pezzo, passa con incredibile eleganza, padronanza e nonchalance a With or without you, poi a Let it be, per tornare, con ancora più convinzione, al brano originale, strappando un’ovazione che sembra non finire.

Sexton, dicevamo,  è più di un cantautore: è un crooner, ma con la voce intinta negli stessi colori di quella di Bill Withers o di Prince; è un busker, ma di lusso, con lo sguardo innamorato della musica, dalla passione contagiosa; è un intrattenitore, ma misurato e raffinato, dai gesti sicuri e dall’innato senso del palco. Il pubblico resta ipnotizzato dalle eccellenti doti dell’artista, da cui traspare anche la potenza dell’uomo, un filosofo della vita, con la tracolla della chitarra istoriata del simbolo pacifista, che ci invita a essere grati di ogni giorno che trascorriamo su questa terra. E infatti usciamo, ad affrontare la fredda notte di questo tardo autunno, grati di aver vissuto una serata di bellezza, tanto straordinaria quanto inaspettata.

 
Foto di Roberto Sasso

Video di Luca Spanò Tavecchia

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