Tigran Hamasyan Trio

live report

Tigran Hamasyan Trio Bergamo Jazz - Teatro Donizetti

19/09/2021 di Vittorio Formenti

#Tigran Hamasyan Trio#Jazz Blues Black#Jazz

Concerto finale dell’edizione 2021 di Bergamo Jazz, inevitabilmente segnato dall’emozione della ripresa da un periodo complicatissimo.

Nella prestigiosa cornice di un Teatro Donizetti ristrutturato la serata inizia con un filmato di grande sensibilità a segnalare appunto la speranza della rinascita; sul telone del palco viene proiettato D’incanto, un passaggio cinematografico a forte contenuto simbolista per segnare la spinta di una ripresa che ci si augura definitiva.

A seguire Maria Pia De Vito, direttrice artistica di questa complessa edizione, con la giusta austerità ma anche con una comprensibile soddisfazione presenta a un pubblico organizzato secondo le regole del distanziamento la sessione finale della rassegna: Tigran Hamasyan (piano) con il suo trio completato da  Mark Karapetian (basso) e Arthur Hnatek (batteria).

Il concerto inizia senza formalismi con la leading track dell’ultimo lavoro del combo, The Call Within, dal quale è stato estratto quasi tutto il materiale proposto.

Nonostante l’esecuzione di alcuni brani appartenenti a lavori precedenti il trio ha proposto un’esibizione molto omogenea ispirata all’ultima evoluzione dell’artista; una straniante sinergia tra elementi etnici radicati nella sua storia (Tigran è armeno), una forte propensione alla dimensione ritmica e un linguaggio molto moderno che mette il momento zero a partire dagli anni ’90.

La tecnica jazz del trio è utilizzata infatti per un eloquio vicino al rock “astratto” di questo decennio e al folk delle sue origini piuttosto che alle classiche radici della musica afro-americana e a dimensioni accademiche. I brani si basano su riff ostinati sostenuti dal basso e dalla mano sinistra del pianista mentre la dimensione melodica sfugge spesso alla cantabilità e si sviluppa con interazioni  molto efficaci tra tastiera e batteria. Si tratti di unisoni o di interplay il dialogo è sempre paritario e rari sono i momenti squisitamente solistici.

Ne risulta un’estetica fondata sul ritmo anche nei momenti in cui il tempo rallenta e la dinamica si fa tenue. Interessante è la struttura dei pezzi dove il riff A, che assume a tutti gli effetti il ruolo del tema, viene fatto evolvere in variazioni più o meno evidenti (A’, A’’,….) che a tratti sfiorano il minimalismo e che accompagnano l’ascoltatore in un’evoluzione ammaliante e non scontata.

La cifra principale del concerto è stata, a parere di chi scrive, nella lontananza da ingredienti standard a favore dell’espressione di una personalità forte e moderna, libera da archetipi scontati ed esposta in una serata in cui i vari brani sono apparsi più come movimenti di una suite che non come una serie di pezzi differenti.

Per qualcuno questo potrà essere risultato un po’ monotono ma il senso del progetto e della volontà comunicativa sono stati predominanti.

Piacevole sarebbe un aggettivo riduttivo, meglio dire intenso e decisamente personale per una conclusione che si spera sia un passaggio di staffetta alla prossima edizione.

 

Scaletta:

  • Levitation 21
  • Old Maps
  • New Maps
  • Our Film
  • Road Song
  • The Dream Voyager
  • The Apple Orchard in Saghmosavanq
  • Vardavar
 

Foto Rossetti@Focus