Blackberry Smoke

Blackberry Smoke

Milano / Alcatraz


18/10/2018 - di Giovanni Sottosanti
Non è poi così lontano il sud degli States. In una splendida e calda serata di metà ottobre, ti ritrovi improvvisamente circondato da barbe e capelli lunghi, bandane e bandiere a stelle e strisce, cappelloni e stivali da cowboy. Non sei da qualche parte della Georgia, ma in pieno centro a Milano, in via Valtellina, all`Alcatraz. Dopo il ciclone Marcus King Band, arriva un`altra banda di fuorilegge per tenere ben alto, musicalmente parlando, il vessillo degli Stati Confederati.

Tornano per la quarta volta a Milano i Blackberry Smoke, da Atlanta, Georgia. Ormai da quindici anni sulla scena, hanno saputo raccogliere l`apprezzamento del pubblico anche fuori dai confini nazionali, creandosi ovunque uno zoccolo duro di appassionati, pronti a riconoscerli come alfieri di quel southern rock che viaggia sulla scia di gruppi leggendari come Allman Brothers, Lynyrd Skynyrd, Marshall Tucker, Black Crowes, ZZ Top e Molly Hatchet. La critica invece non sempre è  stata tenera nei loro confronti, non riconoscendogli ancora un valore assoluto e considerandoli a volte troppo derivativi. Le ultime prove in studio hanno in effetti mostrato un po` la corda, evidenziando un calo alle voci fantasia e personalità. Dal vivo però  è  davvero un’altra storia, non mi hanno mai deluso nelle precedenti puntate e stasera men che meno.

Dopo l`opening act e il relativo cambio palco, il riff roccioso di Nobody Gives A Damn, dall`ultimo Find A Light, apre le ostilità con decisione e senza ripensamenti. La segue Good One Comin` On, direttamente dal secondo album Little Pieces Of Dixie con un tiro da grandi spazi e corse in moto. Picchiano duro e girano a mille Waiting For The Thunder, Ought To Know e Let It Burn, un tris d`assi estratto dal penultimo lavoro Like An Arrow. Tolgono il piede dall`acceleratore e tirano un attimo il fiato con la ballata Medicate My Mind, anche questa da Find A Light. Arriva più di altre volte la sensazione di una band ultra rodata e perfettamente amalgamata, padrona del proprio suono e ben conscia delle influenze musicali assorbite, espresse come doveroso tributo e non sotto forma di emulazione.

Charlie Starr lead vocals & guitars, Paul Jackson guitars & backing vocals, Brit Turner drums, Richard Turner bass & backing vocals e Brandon Still piano & organ hanno perfettamente chiare le coordinate del loro viaggio. Non è un caso che Sleeping Dogs diventi una lunga e dilatata jam psichedelica in odore di Grateful Dead e Allman Brothers, con all`interno la chicca di Come Together e la benedizione di John Lennon. Un riff assassino introduce Run Away From It All e via di nuovo sulla strada, alla prima curva spunta fuori Up In Smoke caratterizzata da una linea di basso pulsante, poi spazio a The Whippoorwill, grande e intensa ballad che chiama a raccolta i fratelli Robinson.

Non ci sono cadute di tono o intoppi, si torna a correre con Payback`s A Bitch, Restless e Everybody Knows She`s Mine, mentre Shakin` Hands With The Holy Ghost scatena dalle prime battute l`entusiasmo del pubblico. Compaiono le chitarre acustiche in Ain`t Got The Blues ed è un gran bel sentire, poi Free On The Wing si libra in cielo, lunga, dilatata e allmaniana, sentito e doveroso omaggio al grande Gregg, che nella versione sul disco Like An Arrow duettava con la band. Bastano poche note anche per One Horse Town perché  tutto l`Alcatraz accompagni la band lungo le strofe di una ballad senza confini. Con I`ll Keep Ramblin` sferrano l`ultimo arrembante e travolgente assalto all`Alcatraz prima dei bis. L` acustica I`ve Got This Song e l`adrenalinica Ain`t Much Left Of Me chiudono definitivamente i giochi. Gioco, partita e incontro per i Blackberry Smoke.  Milano, Georgia.