Supersonic Blues Machine

Supersonic Blues Machine

Milano / Carroponte


17/07/2018 - di Helga Franzetti
I Supersonic Blues Machine si presentano in terra meneghina con una formazione rivisitata rispetto alle presentazioni ufficiali del tour italiano. Sul palco infatti sono il nuovo frontman britannico Kris Barras, già schierato da qualche mese al posto del texano Lance Lopez.

Nuovo astro nascente del rock blues inglese, si presenta con un’immagine efficace e vigorosa: cappello nero a tesa larga e tatuaggi su entrambe le braccia più vicini a un look da harley americano piuttosto che da ragazzo di origini britanniche ma ben si adatta a quel set energico proposto dalla band, a quel sound aspro e a tratti arcigno, fatto di chitarre e un groove robusto che viaggia come un treno su ogni pezzo. Fabrizio Grossi è un talento fuori dal comune, del suo basso ne fa ciò che vuole con una versatilità impressionante, forse la fuga in America gli rende merito di spazi altrimenti troppo stretti nel suo paese natale. Kenny Aronoff è una macchina da guerra, picchia come un dannato ma lo fa con una tale precisione che la potenza passa in secondo piano.

A fare gli onori di casa il nostro Fabio Treves che apre il concerto sulle note di I am done missing you. L’atmosfera subito si scalda sui toni r&’b regalati dall’armonica e cori soul a fare da contorno. Il Puma tornerà poi sul palco per suonare L.O.V.E. un rock bluesche lo vede ospite anche nel disco registrato in studio, quelCalifornisoul uscito alla fine dello scorso anno su Mascot Label.

Il sound è una miscela di funky/soul/blues ma l’ingrediente principale è tantissimo rock: i rumori chitarristici dai suoni pungenti, il motore della possente sezione ritmica e la voce sporca e sensuale dell’inglese danno vita ad uno spettacolo carico ed energico. La Fender di Barras e la Gibson di Serge Simic, un poco più istrionico, si dividono il proscenio intrecciandosi senza “litigare”: gli assoli sono incisivi, più nitido il britannico, con un suono più sporco il canadese. Anche le loro voci si alternano in diversi pezzi e Simic dimostra di essere un buon vocalist specie sulle tonalità più morbide. Remedy è una ballata alla Allmann, dove il sound prende una direzione Southern e le 6 corde viaggiano sincronizzate: è la parte migliore, fare rock non deve essere una gara a chi fa più note. Suoni distorti e slide invece, su Bad Boys, giusto per sottolineare il leitmotiv del pezzo con unrock sporco e cattivo e sonorità hendrixiane con Elevate, dove Aronoff esalta il pubblico scatenandosi su piatti e tamburi.

Quando Grossi presenta Let it be, primo pezzo registrato dalla band, la terza chitarra viene chiamata sul palco. La Gibson di Simic sporca l’inizio con un gustosissimo riff e l’ospite del set, il californiano Steff Burns, porta finalmente con sé un po’ di blues,inserendosi con discrezione e puntualità, prima di instaurare un appassionato dialogo in un crescendo di oltre 15 minuti con la Fender di Barras. Peccato per il suono nascosto dell’organo di Alex Alessandroni, perché su Hard Times dimostra di possedere classe e gusto, tra accordi jazz e sconfinamenti in armonie da rock sinfonico.

Ma la partita cambia nel momento in cui Billy Gibbons viene chiamato al gioco.

Presentato dal bassista italiano come suo padrino musicale nelle terre di Los Angeles, domina il palco fin dalla prima nota di La Grange. Il groove si fa imperioso, la voce è qualcosa di eccezionale e il suo carisma si espande su tutto il set. La band si trasforma, come se fino a quel momento fosse soffocata nelle sue imperfezioni, la scena si fa fulgida: ora sembra una ciurma condotta sapientemente dal suo capitano, devota ed ordinata. Il texano si destreggia fra assoli cristallini e grintosi ma con quel gusto e quella classe di chi sa usare le corde con cuore e anima, senza dover dimostrare niente a nessuno. Le altre due chitarre sembrano diventare più posate, più mature, abbandonando quei giochi a chi suona più note. Gibbons invoca lo spirito del blues e Robert Johnson risorge su I Believe I`ll Dust My Broom, ma non è finita, la sua voce potente e la sua Gibson diavoletto in Sharp dressed man infiammano la platea, innescano una bomba pronta a scoppiare nelle due cover concesse come bis dopo 5 minuti di applausi.

Got my mojo working è l’apoteosi dell’entusiasmo: ospiti e band al completo esplodono su ritmi funky blues, Treves condisce con la sua armonica e Billy  Gibbons ci delizia con un assolo da paura. L`anima del blues esce allo scoperto e Burns si dimostra eccezionale, mentre i cori del pubblico esprimono puro godimento. Nel finale di Going Down le 4 chitarre diventano 4 mitragliatrici di benessere, la band guidata da un sapiente condottiero diventa un crogiolo di mestiere e passione sulle strade autentiche del blues.

12. La Grange (ZZ Top cover)