Little Steven And The Disciples Of Soul

Little Steven And The Disciples Of Soul

Villa Ada - Roma


17/07/2017 - di Giovanni Sottosanti
Inizia così, con il celeberrimo brano di Arthur Conley, il concerto di Little Steven & The Disciples Of Soul a Villa Ada, polmone verde nel cuore di una città sempre più alla deriva. Stasera non si può mancare, anche se i postumi della trasferta olandese lasciano in circolo tossine ancora da smaltire. La risposta dei romani è però tiepida, saremo forse in trecento sotto il palco del variopinto Stevie e della sua multiforme carovana di suoni e colori. Come si dice, pochi ma buoni. Lui non se ne cura affatto e dalle prime note capisci già che la serata sarà di quelle ci racconteremo per un bel pò, degna conclusione di un trittico di concerti che pensavi esistesse solo nei sogni. Da Southside Johnny & The Asbury Jukes a Little Steven & The Disciples Of Soul, storie e vite parallele, percorsi comuni grondanti cuore, passione e sudore, “we liked the same music, we liked the same bands, we liked the same clothes”. Stevie si presenta per la terza volta in Italia nel giro di un anno, manifestando una tangibile crescita di rendimento dal primo appuntamento del Luglio scorso a Pistoia, passando poi per Milano a Dicembre. Un gruppo che è una squadra di calcio con tanto di riserve, quindici elementi sul palco tra chitarra, basso, batteria, fiati, percussioni e cori, anzi coriste...e che coriste! Il tutto gira come un meccanismo ormai perfettamente oliato e funzionante, ogni elemento al suo posto e in perfetta sintonia con gli umori dell`istrionico leader. Stevie canta con voce nera, strascicata e la chitarra la suona per davvero e bene. 

Soulfire dava il titolo al disco dello scorso anno che ha segnato la rinascita di Steven Van Zandt come solista. Lyin` In A Bed Of Fire ne segnò invece il brillante inizio con Men Without Women del 1982. Con The Blue Is My Business viene omaggiato il blues di Etta James, grande l`intro di Stevie all`electric guitar. Allacciate le cinture, pronti, partenza, via, si parte per un trascinante e ubriacante viaggio nell`ottovolante di Asbury Park: Love On The Wrong Side Of Town, Until The Good Is Gone, Angel Eyes, Under The Gun, Some Things Just Don`t Change e Standing In The Line Of Fire infilano a perdifiato l`autostrada del miglior Jersey Sound, tra soul, R&B e R&R assassini, Southside e Gary U.S. Bonds, in una sarabanda di suoni, colori ed emozioni. I Saw The Light parla il linguaggio del gospel, Salvation ha un bel tiro rock, The City Weeps Tonight strizza l`occhio al doo-wop, mentre Down And Out In New York City celebra The Godfather Of Soul, James Brown, con un funky scuro e metropolitano. Princess Of Little Italy riporta a Men Without Women e ad un brano in cui vengono omaggiati il Maestro Morricone e le antiche origini italiche di Stevie, i nonni materni erano infatti originari della Campania. Nell`esecuzione viene accompagnato al mandolino da Lowell "Banana" Levinger, storico ex Youngbloods. A questo punto Stevie decide che bisogna dare l`ultima accelerata, parte l`ultimo giro di pista, tutti a bordo con una devastante Ride The Night Away, quasi meglio di Southside tre giorni fa, segue Bitter Fruit, poi eccola li, arriva anche lei "I know that it`s getting late/but I don`t want to go home", ed anche qui il confronto con il fratellino di scorribande notturne pende a favore del pirata e dei suoi Discepoli del Soul. Tanto inaspettata quanto gradita arriva Out Of Control dal primo album degli U2. Si chiude come prassi con Out Of The Darkness "Out of the darkness and hand in and". 

Un cerchio che si chiude, dischi che girano e gireranno per sempre nei nostri cuori.

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