The Magpie Salute

The Magpie Salute

Trezzo sull`Adda / Live Club


16/11/2018 - di Andrea Lenti
Le aspettative erano alte per quelli che come me (e non siamo pochi ) hanno passato gli ultimi 20 anni a consumare dischi, concerti e bootleg dei Black Crowes, la più straordinaria band delle ultime decadi. Sarei disonesto se dicessi che la serata di ieri è stata indimenticabile, ma la cosa che mi dà veramente fastidio è che il giudizio è molto influenzato, più che dal livello della band, dal suono proposto al Live Club di Trezzo. A me sembra incredibile che centinaia di malati di rock and roll del nord italia debbano macinare chilometri per NON sentire un suono adeguato.

Le prime canzoni del concerto dei Magpie Salute hanno visto John Hogg fare il mimo, Marc Ford si sentiva così così e ci siamo accorti delle tastiere di Mart Slocum dopo un’ora buona. È una roba che non è più accettabile. Punto. È stato un vero peccato perché la setlist è stata di assoluto livello.

High Water e Walk on water aprono le danze, ma il livello comincia a salire con alcune stupende cover; Every Picture Tells a Story, Fearless (da meddle dei Pink Floyd) e Smoke Signals di Marc Ford. Il tris acustico è bello ma un po’ piatto, finalmente si sente bene ma per me non scatta la magia, anche se She di Gram Parsons è di una bellezza unica (le altre 2 sono Sister Moon e Descending ).

Si riprende a riattaccare  la spina, Marc Ford ricama note, è sofisticato al punto giusto e non deborda mai, Rich Robinson, dal canto suo, dimostra di avere una bella voce e forse meriterebbe di cantarle quasi tutte lui. È il leader della band, guida con gli sguardi gli altri, mi sembra il punto di riferimento discreto ed intelligente.  Ancora un pezzo di Ford (Change of Mind ) e poi arriva uno dei momenti d’oro del concerto, Oh Sweet Nuthin, dei Velvet Underground. Pelle d’oca, occhi chiusi, teste che si muovono come in trance ed applausi a scena aperta.

Si va verso la fine con un poker dal repertorio dei Black Crowes che avrebbe potuto stendere.

Good Friday (per me nelle top 5 dei Corvi), Another Roadside Tragedy, Soul Singin e My Morning Song. Ottime, ma il paragone con il fratello che non si può nominare è per me impietoso. Non è solo un discorso di dosaggio del suono, qui sto parlando di carisma, magnetismo, faccia giusta e classe. Siamo già in pieno encore, Send Me an Omen dal primo album dei Magpie chiude la danze.

I Magpie Salute si caricano sulle spalle il grande fardello di portare avanti una parte di grande storia del rock and roll, scrivono canzoni convincenti e le mixano con cover a volte sorprendenti e succulente. Mi ero ripromesso di non sparare troppo su John Hogg dandogli l’attenuante del pessimo suono, ma malgrado tutto non mi convince. Sarà che sono sempre stato sensibile al “fascino” dei grandi frontmen a cui perdono volentieri esagerazioni, sgangheratezze e persino qualche caduta di stile, ma se penso ad una band della classe e livello dei Magpie (ah! Mea culpa , dimenticavo il basso di Sven Pipien che trovo notevolissimo), probabilmente penso ad un altro lead singer. 

Insomma, è stato un buon concerto, a tratti ottimo, ma è mancata la magia che lo avrebbe reso uno degli eventi indimenticabili dell’anno.

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