Rickie Lee Jones

Rickie Lee Jones

Milano / Fabrique


15/11/2019 - di Gianni Zuretti
Pare davvero incomprensibile come Rickie Lee Jones, una delle cantautrici più acclamate e coccolate dalla critica, non riesca a trovare in Italia il sostegno di un pubblico numericamente adeguato alla sua statura di artista iconica, se è vero, come lo è, che negli sparuti tentativi di proporsi live, tra l’altro  in tempi molto dilatati (mancava da ben 12 anni), ha collezionato anche un paio di cancellazioni e quando i concerti si sono effettuati ha attratto un pubblico insufficiente, sicuramenti per soddisfare i  promoter ma anche e soprattutto per sentirsi lei stessa apprezzata anche in Italia.

Così è avvenuto anche per questo concerto milanese tenutosi al Fabrique, locale ottimo per ascoltare buona musica, “apparecchiato” a dovere con sedie rosse per la bisogna in previsione di un concerto intimo, jazzato e rivolto ad  un pubblico âgée. Neppure  i molti fan di Tom Waits hanno fatto capolino più di tanto tra i non più di trecento spettatori giunti per ascoltare la mitica Duchessa.

Da subito si è intuito che un ulteriore fattore, che avrebbe potuto rivelarsi negativo, si era intromesso nella serata, ovvero un fastidioso raffreddore che impediva all’artista di Chicago di respirare a dovere ma che poi, tutto sommato, si è rivelato poco influente sulla qualità della sua performance.

La Lee Jones è stata supportata da una band eccellente, un trio capitanato da Mike Dillon, vibrafonista, percussionista e maestro di cerimonie (anche produttore dell’ultimo disco) che ha cesellato suoni a profusione, riempiendo ogni minimo spazio, dall’inizio alla fine. Cliff Hines (chitarre) e Robbie Mangano (basso)  (che in realtà sono due polistrumentisti eccezionali)  si sono scambiati in continuazione su tutti gli strumenti, piano e tastiere compresi, insomma un combo di New Orleans di spessore che affonda le proprie radici nel jazz ed ha costruito attorno alla voce dell’artista di Chicago tappeti sonori deliziosi.

Ci si aspettava di ascoltare molti brani da Kicks, il nuovo e quinto album di cover, e invece la serata ha “frugato” principalmente tra gli album della carriera in particolare ben cinque canzoni dall’omonimo del ’79, un paio da Pirates del ’81 e Flying Cowboys ’89 e  un brano ciascuno dagli altri.  Rickie dopo un inizio nervoso perché non riusciva a sentirsi a dovere dalle spie ha messo il concerto sui binari di sicurezza sfoderando carisma, delicatezza interpretativa, anche se ben lontana dall’energia esplosiva che ammantava i tempi delle notti brave con Waits, ma la voce affascina sempre, sia  quando esce bambina e altisonante che quando produce zampate inattese e grohl quasi waitsiano come in un passaggio di Coolsville interpretata in maniera esemplare come peraltro la successiva Nobody Knows My Name.

Ci è piaciuta meno nella rivisitata Chuck E’s in Love (un arrangiamento un po’ sottotono) come pure non raggiunge l’antico pathos per assenza del crescendo in  We Belong Together  probabilmente per i limiti imposti dal raffreddore. Ma questi paiono piccoli difetti in una serata in cui Rickie Lee Jones ha mostrato di poter sedere al tavolo delle grandi. Notevole l’interpretazione di Bad Company, bluesata, con la band che si è espressa al meglio e nell’altra cover, richiesta tra l’altro dal pubblico, Houston (di Lee Hazlewood) con una sua interpretazione elegante, in punta di voce, di gran classe.

Tutto sommato è stato un buon concerto, peccato per la contenuta risposta milanese proprio nell’anno in cui Rickie festeggia i quarant’anni di carriera; vorremmo essere smentiti ma temiamo che dovremo attendere un po’ prima di rivederla.

Fotografie di: Federico Sponza