Paolo Conte

Paolo Conte

Cinema Teatro Galleria - Legnano


11/10/2019 - di Pietro Cozzi
Il timbro inconfondibile dei fiati è la porta che ti apre un mondo in bianco e nero, le chitarre pompano come i pistoni di una Topolino amaranto, gli archi regalano armonie che ti coccolano (e il violino anche qualche stralcio di post-modernità). Paolo Conte è bello come le cose belle di una volta: la Singer dove cuciva la nonna, la Bianchi dello zio ben oliata, un`aranciata ai tavolini del bar sulla strada sterrata aspettando il Diavolo Rosso, una finta di Garrincha. Un autentico patrimonio nazionale che - tra cento anni, per carità - sarà impossibile sostituire.

Anche la tappa legnanese, la prima del suo ennesimo Live Tour che celebra i cinquant`anni di Azzurro, curiosamente ma in fondo giustamente espunta dalla scaletta, è stata l`ennesimo viaggio in un mondo che forse non è mai esistito ma che ognuno di noi è sicuro di aver vissuto o quanto meno di ricordare. In questo il collegamento a un altro Maestro e “Gran Provinciale” come Federico Fellini nasce spontaneo, per l`intreccio inestricabile tra realtà, sogni, ricordi, memoria collettiva, inconscio, fantasie. Eppure un aggancio storico pur c`è, ed è la prima metà del secolo scorso, che per Conte è il vero cuore del Novecento, quello a cui ha dedicato forse il suo ultimo disco al top della forma. E allora è probabile che il piccolo Cinema Teatro sotto la deliziosa Galleria Ina di una cittadina di provincia come Legnano, che proprio tra l`Ottocento e il Novecento industriale ha dato il meglio di sé ben più che nella tanto celebrata battaglia medievale, lo ispiri particolarmente. Ricambiato da un affetto e un entusiasmo persino inaspettati, assolutamente intergenerazionali (anche se è difficile scovare qualcuno sotto i quaranta...) e trasversali per gusti, idee politiche e “censo”.

Il concerto offre due set e un solo bis (Via con me in versione speedy) ed è scandito su una scaletta molto simile al suo Live In Caracalla e a molti degli ultimi concerti, con una ventina di pezzi che ormai assomigliano a micro-sinfonie cesellate al millimetro, senza sbavature. Conte siede al piano ma in diversi brani si limita a cantare, in piedi davanti al microfono, in una posa classica da frontman che però nel suo caso sembra quasi anomala. Lo proteggono due occhiali scuri, mentre le mani si agitano all`altezza della pancia e qualche volta dirigono l`orchestra con cenni improvvisi. La voce regge ancora molto bene nonostante ormai, anche lei, abbia passato gli ottanta. Alle spalle, l`orchestra, divisa grosso modo in quattro sezioni (ritmica, corde, fiati, archi), non perde un colpo nella perfezione della timbrica, nella precisione delle entrate, negli unisoni: un corpo unico che però quando serve sa scindersi in solismi interessanti, mai solipsistici ma sempre in linea – e non è un dettaglio da poco – con gli umori e le bizze del Maestro e il feeling che in quel momento sta dando al pezzo.

I brani sono tutti lì, li conosci a memoria e non ti tradiscono mai, come il servizio buono che tiri fuori per gli amici a cena o i profumi inconfondibili delle “vecchie lavande” nascoste negli armadi delle nonne. Se c`è un esempio di come si possa fare l`amore con una propria canzone questo è Alle prese con una verde milonga, forse la summa più compiuta dell`arte contiana, che il nostro si coccola tra ritmi latini, jazz e francesismi. Sotto le stelle del jazz elimina le barriere, tira dentro noi e lui, e ci sentiamo orgogliosi, dopo tanti anni, di condividere la stessa inguaribile passione. Messico e nuvole chiude il primo set con i caratteristici leggeri controtempi fra il ritmo e il cantato, richiamando Jannacci. Chi cerca l`apice del romanticismo, altro topos chiave della poetica contiana, un romanticismo ispido e grezzo come i suoi baffi, deve aspettare una ventina di minuti e Gioco d`azzardo (“Adesso è tardi e ti dico soltanto/che si trattava d`amore e non sai quanto”). Poi due classici inossidabili. Max ti stritola nelle spire delle sue due melodie che si incrociano ad libitum, e la musica potrebbe proseguire all`infinito mentre sei ancora lì a chiederti chi mai sia questo Max, a cavallo tra il Padreterno e l`amico un po` sempliciotto che tutti abbiamo avuto. Diavolo Rosso è invece una cavalcata infinita che non smette mai di estasiarti, sostenuta dalle braccia instancabili e dal cervello metronomico dei tre chitarristi. Dieci minuti e più di assoli: la band ha lo spazio per sfogarsi e se lo merita tutto.

L`ovazione finale è scontata, calorosa, meritata. Lui la “taglia” con un ultimo gesto geniale, passandosi la mano sotto il collo. Facciamola finita, è tempo per un bagno caldo....