Montreux Jazz Festival 2019

Montreux Jazz Festival 2019

Montreux


11/07/2019 - di Raffaella Mezzanzanica
Montreux Jazz Festival

Tre giorni di grandi emozioni

 È terminata sabato 13 luglio la cinquantatreesima edizione del Festival più emozionante d’Europa.

 Anche quest’anno, dopo sedici giorni, è terminata la cinquantatreesima edizione del Montreux Jazz Festival, la manifestazione che, dal 1967, fa diventare questa piccola ma splendida cittadina svizzera una delle capitali della musica in Europa e nel mondo.

 Quest’anno, più di tanti altri anni, c’era moltissima attesa per la performance di Elton John, in una tappa del suo Farewell Tour. La sua esibizione allo Stadio La Saussaz è stata davvero emozionante, anche secondo le opinioni dello staff del Festival.

 Per il mio secondo anno al Festival, invece, ho preferito artisti che, in un modo o nell’altro, hanno segnato il mio viaggio nella musica e che avevo voglia di vedere dal vivo.

 Scegliendo questi artisti, il caso ha voluto che mi ritrovassi al Festival proprio durante gli ultimi tre giorni e questo mi ha permesso di godere appieno del calore e dei colori di questa grande manifestazione.

 Sono arrivata a Montreux nel pomeriggio di giovedì 11 luglio e, dopo aver lasciato i bagagli, mi sono subito immersa nel Festival, recandomi al Music in the Park, il palco dove si susseguono artisti emergenti, provenienti da ogni parte del mondo. Lì sonorimasta particolarmente colpita dalle Sweethearts, gruppoaustraliano formato da sole donne che unisce soul, funk e blues.

 Intorno alle 18:00 mi sono recata all’Auditorium Stravinski. L’apertura delle porte per l’accesso alla sala è prevista ogni seraesattamente un’ora dopo. Con un po’ di fortuna, mi sono ritrovata all’interno dell’Auditorium ad assistere alle prove delle coreografie di una delle due artiste che avrei visto in serata. Il bello di questa manifestazione è che gli addetti alla sicurezza e all’interno dell’Auditorium si ricordano i volti di coloro che, anno dopo anno, si ritrovano qui ad attendere l’orario di apertura delle porte.

 Verso le 18:45 inizio a vedere delle persone entrare. Mi avvicino e, parlando con loro, mi rendo conto che si tratta di veri “affezionati” del Festival: una coppia che, da ben quindici anni, partecipa a ogni singolo live all’Auditorium Stravinski e, subito dopo, inizio a parlare con Katharina dalla Germania che, ormai da tre anni, è una presenza costante in prima fila tra il pubblico.

 Alle 20:00, puntualissima, sale sul palco lei: Lizzo. Per chi ancora non la conoscesse Lizzo è l’artista del momento. Il suo brano Juice che molti liquiderebbero definendolo “tormentone” è uno dei singoli più venduti al mondo. Lizzo dovrebbe essere, secondo i canoni classici, l’anti-artista. E’ una ragazza decisamente “curvy” che, per moltissimo tempo, ha avuto problemi nell’accettare il proprio corpo e, di conseguenza, se stessa. Dopo aver preso coscienza della sua bellezza, interiore ma anche esteriore, la sua vita è cambiata ed è arrivato anche il successo.

Durante il live a Montreux, Lizzo presenta i brani tratti dal suo ultimo album Cuz I Love You. La cosa più emozionante della sua esibizione è stata ascoltare le sue parole, i suoi messaggi indirizzati prevalentemente al pubblico di giovanissimi presenti in sala. Due parole: Self Love. “If you can love yourself, then youcan love me”. Questo urla alle ragazzine presenti in sala. Il messaggio arriva forte e chiaro. E’ il filo conduttore del suo album e del singolo Juice.

E lei balla con le sue ballerine (le sue “bad girls”), mostrando tutta la sua prorompete bellezza, nel suo body color rosa.

C’è anche il tempo per ricordare i suoi idoli (Ella Fitzgerald, Nina Simone, Prince) e per ringraziare per essere arrivata sullo stesso prestigioso palco dove loro stessi si sono esibiti in passato.

 Amo Lizzo, ma sono arrivata a Montreux per l’artista headlinerdella serata: Janelle Monae.

 Lizzo e Janelle Monae sono legate da un destino comune che le ha portate a conoscere e a poter collaborare con un artista geniale,amatissimo non solo dal pubblico di Montreux: Prince.

 Accomunate dall’amicizia e dalla collaborazione con Prince,esteticamente non potrebbero essere più diverse: Lizzo è curvy, Janelle è più esile, più minuta ma ha grinta da vendere.

Arriva sul palco accompagnata dalle note del brano che dà il titolo al suo ultimo album: Dirty Computer. La versione dell’album vede la presenza di un altro genio musicale: Brian Wilson.

Non appena il fumo si dirada, appare lei, splendida, con i suoi abiti pop, in cui si gioca con le forme geometriche e i colori:bianco, nero e rosso.

Anche le band è tutta femminile, tranne il chitarrista e comprende una batterista, una bassista e due tastieriste che suonano anche rispettivamente tromba e trombone.

Janelle Monae ha dimostrato non solo di avere una grande voce ma, soprattutto, di essere una vera performer. E’ difficile oggi trovare un’altra artista con il suo talento.

Janelle Monae: artista e attivista. Anche nel suo live non potevano mancare messaggi importanti: Women Empowerment, Women Consciousness, Universal Love, Gun Control e Empechment per Donald Trump.

Tra un brano e l’altro ricorda Prince che, nel 2010, era salito proprio con lei sul palco a Montreux, in modo assolutamente inaspettato. Quincy Jones l’aveva portato a vederla e lui ne era rimasto folgorato. Parlando di Prince, Janelle, molto emozionata, dice: The world is not the same without him phisically. Come darle torto!

Janelle Monae arriva a Montreux, in una tappa di un tour che l’ha portata sui palchi dei più importanti festival europei, da Glastonbury al Rock Werchter , per arrivare anche in Italia al Lucca Summer Festival giovedì 18 luglio. Il suo obiettivo è celebrare il suo ultimo progetto musicale, Dirty Computer, un vero e proprio concept album.

 L’artista che salirà sul palco nella penultima serata del Festival, non posso negarlo, è a me molto cara. Circa vent’anni fa, non appena uscito, ho letteralmente consumato il suo album e ora lei torna al Festival per celebrarne il ventesimo anniversario. Lei è Lauryn Hill e l’album è The Miseducation of Lauryn Hill.

Avevo molte attese per la sua esibizione, soprattutto perché quell’album ha segnato una parte importante della mia vita e di quella di quanti come me, nel 1998, avevano poco più che vent’anni.

Non appena arriva sul palco, con un ritardo di più di trenta minuti, si capisce subito che c’è qualcosa che non va.

Il viso è teso, sembra quasi arrabbiata. Inizia scusandosi per il ritardo causato da problemi alla voce.

Poi si parte con il primo brano Lost Ones. Purtroppo i problemi vocali ci sono e, in aggiunta, a complicare la situazione, c’è il suo atteggiamento quasi ostile nei confronti dei tecnici del suono. Chiede incessantemente di alzare il volume del microfono, poi quello della batteria, poi quello degli amplificatori. In alcuni momenti lascia il palco e si avvicina al tecnico del suono per dare alcune indicazioni. Torna e ricomincia a essere insoddisfatta. Anche il vestito indossato, assolutamente bizzarro per la cronaca, sembra darle problemi.

Il live continua con i brani tratti dall’album, spesso riarrangiati in modo da renderli quasi irriconoscibili.

In aggiunta, propone anche alcuni dei brani più conosciuti del suo periodo con i Fugees, tra cui Fu-Gee-La, Ready or Not e la cover di Killing Me Softly. Non poteva mancare un omaggio all’artista Nina Simone, con il brano Ne Me Quitte Pas, brano scritto da Jacques Brel nel 1958.

C’è un momento in cui sembra diventare più empatica e succede quando inizia a raccontare degli artisti con cui è cresciuta musicalmente (il soul di Marvin Gaye, i Four Tops, EllaFitzgerald) grazie ai vinili di suo padre. Quando poi ho iniziato a fare musica, racconta, ho voluto unire il soul all’hip hop che, in quel momento, rappresentava la mia cultura. Ecco come è nato The Miseducation of Lauryn Hill, un album epocale, pieno di messaggi che, vent’anni dopo, sono ancora fortemente attuali.

 

Sabato 13 è stato l’ultimo giorno di questa edizione del Festival. A chiudere questa cinquantatreesima edizione sarà il concerto – omaggio a un artista che, innegabilmente, ha fatto la storia della musica: il mitico Quincy Jones.  Nel programma del Festival il concerto è indicato in questo modo: Quincy Jones Soundtrack of the 80’s feat. - M - (Matthieu Chedid), Ibrahim Malouf, JonBaptiste, Lauren Jauregui, Jonah Nilsson & Sheléa with Sinfonietta de Lausanne. Special Guest: Salif Gueye Musical Director: John Clayton.

La setlist della serata viene pubblicata con qualche giorno di anticipo ed è suddivisa in quattro parti: The Early Years (cond. John Clayton), Hits in the 80s, MJ and Off The Wall (cond. Jules Buckley) e Thriller and Bad.

Non appena Quincy Jones arriva sul palco, il pubblico è in delirio. Quincy Jones è ambasciatore da anni del Montreux Jazz Festival e la sua presenza alla manifestazione è davvero una costante.

Dopo aver salutato il pubblico, si siede su una poltrona al lato del palco e, tra una bevanda e un ghiacciolo, prende appunti, balla e invita il pubblico a battere le mani.

Che serata!

Non potevamo fare altro: abbiamo ballato, cantato a squarciagola e apprezzato la presenza sul palco di artisti di grande talento. Tra questi, sicuramente, meritano una menzione particolare Sheléa per le sue incredibili doti vocali, apprezzate in particolare nel brano You Don’t Own Me e il chitarrista –M – (Matthieu Chedid).

Davvero un gran finale!

 Mi sono spesso chiesta che cosa spinga tanta gente (si parla di 240/250.000 presenze) ogni anno ad andare a Montreux anche per sedici giorni. La risposta non può essere che una e una sola: l’atmosfera che si respira. C’è musica ovunque, in ogni momento della giornata, per tutti i gusti e il tutto è perfettamente organizzato. Ci sono le esibizioni “ufficiali” all’AuditoriumStravinski e al Montreux Jazz Club. E, ogni sera, a La Cupolesi può assistere alle jam session dove chiunque, con la propria voce o il proprio strumento musicale, può salire sul palco eesibirsi di fronte al pubblico presente. Ho visto un uomo di quasi settant’anni con l’armonica, salire sul palco con ragazzi di vent’anni a suonare il blues. Meraviglia!

 
Che cosa resta a me di questa edizione?

 
1. Sicuramente restano nel mio cuore le esibizioni delle “Queens of Black Magic” a cui ho avuto modo di assistere: Lizzo, Janelle Monae e Lauryn Hill. Se Janelle Monae ha addirittura superato le mie aspettative, Lauryn Hill le ha in parte disattese, soprattutto per l’atteggiamento sul palco.Rimane, comunque, il valore e il talento di una grande artista e l’emozione di aver ascoltato live i brani di un album che avrà sempre un posto speciale nel mio cuore e che ha saputo unire, in quella speciale serata, un pubblico che partiva da teenager e arrivava a sessant’anni e oltre.

 
2. Rimangono impressi i volti dei giovani partecipanti a questi live e i messaggi positivi portati sul palco dagli artisti: l’amore per se stessi, accettarsi per come si è, concetti come amore universale, prendere coscienza della propria femminilità, battersi per i propri ideali. Il tutto riassunto in una frase pronunciata da Janelle Monae durante il suo concerto: No matter who you love, you will always be welcome in my house!

 
3. Rimane il concetto di musica universale, senza generi e senza confini. Questi artisti hanno saputo unire generi lontanissimi. Usano il rap per comunicare ai giovani ma hanno anche unagrande voce, sanno suonare strumenti (Lizzo è una flautista - ha studiato da strumentista classica - eccellente e ne ha datoprova durante il suo set) e amano il proprio pubblico.

 
4. Rimane l’incontro con Quincy Jones, musicista, produttore, attivista, filantropo, ambasciatore del Festival e il ringraziamento che Montreux ha voluto riservargli. Per chi ama la musica, avere l’opportunità di assistere a un evento come questo, è un’esperienza indescrivibile.

 
5. Resta l’essenza del Festival, una manifestazione che da cinquantatré anni continua a stupire e ad attrarre affezionati e nuove generazioni, grazie a una visione globale della musica. Montreux è assolutamente il “Festival più autorevole d’Europa” (cit. Rolling Stone Italia). Non lasciatevi ingannare dai puristi che sostengono che si debba pensare a Montreux esclusivamente come a un evento “jazz”, perché nella visione del suo fondatore, Claude Nobs, non lo è mai stato e non potrà mai esserlo.

 
6. Restano i ringraziamenti al pubblico da parte dello staff che, alla fine del concerto di Quincy Jones, passavano a stringere la mano ai presenti in sala.

 
7. Restano gli incontri, le amicizie strette grazie alla musica, grazie a questo Festival.

 
8. Restano le parole usate da Quincy Jones rivolgendosi al pubblico dell’Auditorium Stravinski a fine serata: You are fucking unbelievable! Così è questo Festival: “fuckingunbelievable!”.

 
Foto: Raffaella Mezzanzanica (Montreux Jazz Festival 11-13 luglio 2019)