Keb` Mo`

Keb` Mo`

Varese / Giardini Estensi - Black & Blue Festival 2019


11/07/2019 - di Gianni Zuretti
Un uomo solo al comando.

In una fresca serata a Varese, negli splendidi giardini Estensi, ad inaugurare il 19° Black & Blue Festival, sale sul palco Keb’ Mo’, da Southern L.A. (CA), un signore 68enne, alto, fisico asciutto, elegantemente vestito ma con sobrietà e un regale portamento, magnetico nello sguardo e sinuoso nelle movenze e si intuisce che sarà grande musica.

Accompagnato da quattro “bambine” (tutte acustiche, una Martyn, una Gibson e due National ResoRocket  con accordatura differente), un pedale stomp foot, due armoniche e due bottleneck, un Borsalino calato in testa e tanta empatia.

Abbiamo assistito ad una grande lezione di blues!

Kevin possiede una voce baritonale che è uno strumento benedetto da Dio, magnitudo 7.1 della scala Richter, epicentro proprio nel diaframma! La voce gli esce agile potente, stentorea su tutti i registri e Lui la “piega” al suo volere con una duttilità impressionante, il suo picking chitarristico è da virtuoso ma senza ostentazione, fa ciò che deve fare con sicurezza e solo per essere supporto funzionale alla voce e all’ impressionante qualità del proprio songbook che nella serata si conferma in maniera inequivocabile.

Un’ora e cinquanta minuti per 22 canzoni (2 bis compresi)  senza un attimo di cedimento, con il pubblico sinceramente entusiasta, cosa che l’artista percepisce e  restituisce giocando ed interagendo con lo stesso sino a modificare la scaletta trasformandola in “a gentile richiesta”. Sono stati saccheggiati soprattutto i primi due album dei ’90 e Suitcase del 2006 oltre, ovviamente, a proporre canzoni anche dall’ultimo Oklahoma.

Ecco scorrere i capisaldi di una carriera che lo ha portato ad essere un perno insostituibile nei trio dei ragazzi speciali (ora purtroppo tutti over 60 e, parrebbe, senza eredi), figli del grande blues acustico post bellico: Guy Davis, Eric Bibb e appunto Keb’ Mo’. Ognuno di loro ha declinato il blues in modalità canoniche ma anche preso strade diverse contaminandolo con il soul, il gospel, il folk, il country e certo songwriting cantautorale del quale ieri sera Mo’ ci ha dato una magistrale interpretazione con Just Like You (1996) un brano da sembrare appartenere al songbook di Cat Stevens.

In A Better Man (da Slow Down del 1998) l’artista californiano tira fuori una prova chitarristica ed interpretativa da pelle d’oca, come pure per l’intensa More Than One Way Home (da Just Like You 1996) dedicata a Los Angeles e nella splendida Put A Woman In Charge (memorabile il suo duetto sul disco con Rosanne Cash). Momento omaggio all’amico Taj Mahal con una superba Henry, ci regala poi una deliziosa Angelina, folk blues del (1996) e non manca la canzone in cui Moore racconta tre storie di immigrazione, This Is My Home (2019) che racconta di uomini in fuga alla ricerca di una vita migliore.

L’elenco delle sottolineature potrebbe continuare ad libitum  in quanto il concerto è stato tutto formidabile per qualità ed intensità. Ci fermiamo qui consapevoli che i 350 spettatori accorsi al tendone siano usciti dal “Salotto bello varesino” con il desiderio di alzarsi stamane e ripassare la lezione.

Grazie a Slang Music e a Black & Blue per l’inserimento in calendario di un bluesman dal sapore antico & moderno, ancora intatto e che ha ancora molte cartucce nella cintura.

Foto di: Giovanni Daniotti