Brad Mehldau

Brad Mehldau

Chiasso (CH) / Cinema Teatro


11/03/2018 - di Laura Bianchi
Il jazz non lo puoi spiegare a qualcuno senza perderne l’esperienza. Dev’ essere vissuto, perché non sente le parole. Le parole sono i fanciulli della ragione, e quindi, non possono spiegarlo. Queste non possono tradurre il feeling perché non ne sono parte. Ecco perché mi secca quando la gente cerca di analizzare il jazz come un teorema intellettuale. Non lo è. E’ feeling.

Le parole di Bill Evans colgono perfettamente lo spirito con cui il pubblico del Teatro di Chiasso, nel quadro della riuscitissima rassegna Jazz and the city, accoglie il concerto di Brad Mehldau, il pianista di Jacksonville, enfant prodige convertito al jazz e ora paladino della contaminazione più spregiudicata ed efficace.

Feeling, parola intraducibile, che contiene tutte le sfumature possibili del pianismo di Mehldau; maglietta blu a maniche corte e pantaloni casual, esile, ma potente nelle braccia tatuate, i capelli già ingrigiti nonostante i 47 anni, lo sguardo quasi intimidito dagli applausi scroscianti, l`urgenza di suonare e comunicare, che affiora dai gesti e dagli sguardi, il pianista si lancia e ci trascina in un percorso inizialmente accidentato, con due composizioni originali dense di echi e di silenzi, che ricordano i classici come Debussy, immersi però in un clima notturno e metropolitano. La bravura non è mai virtuosismo narcisistico; la tecnica emerge qua e là, ma sempre in funzione dell`espressività, e la creatività di Mehldau si distingue profondamente rispetto ad altri vuoti esercizi di stile, tipici di una tendenza (pericolosa) alla chiusura in sé.

Superato brillantemente lo scoglio di un ascolto vergine,  senza pregiudizi, il pubblico si affida completamente al timoniere, che lo guida in mare aperto. E qui inizia una navigazione spettacolare: l`estro di Mehldau affronta grandi standard jazz, che definire rivisitati suona improprio. Misty, o Lover man sono contemporaneamente quello che erano, quando i loro compositori le pensarono, per un pubblico molto meno esigente, e insieme quello che stanno diventando: creature brillanti di luce nuova, in cui le sonorità e le linee melodiche vengono riscritte, valorizzate, amplificate, sospese e riprese dall`intelligenza del pianista, che gioca con la cultura contemporanea a lui e al proprio pubblico, per regalargli sfumature sempre diverse.

Che Mehldau abbia una concezione altamente postmoderna della classicità appare ancora più chiaro, quando si avventura nell`ultima parte del proprio percorso; anticipato da una versione da lui stesso definita streched out della beatlesiana  Fool on the hill, il brano più esteso della serata è Little by little dei Radiohead, che, sotto il tocco esperto del pianista, assume una potenza immaginifica e drammatica che ricorda Chopin, con dieci minuti di intrecci e trame sonore, estenuanti ed esaltanti insieme. A portare la nostra nave in porto tocca a Hey Joe, con una sfida, quella di Mehldau, vinta in pieno: sostituire l`assolo di chitarra di Hendrix con quello di un gran coda, e ciononostante riuscire ad esaltare ed emozionare come in un concerto rock.

Perché, appunto, il jazz non sente le parole, ma è semplice, complesso, meraviglioso feeling.

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