Sentieri Selvaggi

Sentieri Selvaggi

Teatro Elfo Puccini


11/02/2019 - di Paolo Ronchetti
Provare ad ascoltare il Quatour Pour La Fin Du Temps di Messiaen - una delle opere che definiscono in assoluto la musica e il ‘900 tutto - liberi dalla sua storia e dal suo senso; dalla sua religiosità mistica; dai suoi titoli e dalle sottolineature testuali; dal suo essere stato scritto in “quella” specifica situazione di prigionia nel campo di concentramento tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale. Questo è ciò che, paradossalmente, Carlo Boccadoro ha chiesto al pubblico lunedì sera, alla inaugurazione della stagione 2019 di musica contemporanea di Sentieri Selvaggi: fare tabula rasa di ogni conoscenza per abbandonarsi alla purezza e alla bellezza della composizione.

Certo che ascoltare dal grande “didatta” Carlo Boccadoro una simile presentazione lascia da una parte sgomenti (come non potere rimandare l’ascolto al senso drammatico e storico del racconto? Come slegare il racconto dalla partitura) e dall’altra pone una sfida che si decide di affrontare proprio per la fiducia che si ha in chi, quella sfida, l’ha lanciata.

Ed allora, se il suono del risveglio della natura all’inizio del primo movimento è troppo immediato e conosciuto per non essere “rimandato” al suo senso, man mano che la composizione avanza ci si riesce ad abbandonare al puro fluire del suono e questo ascolto, a cui arrivo emozionato per quanto è stato aspettato, diventa un viaggio sonoro che contiene un senso musicale purissimo dal primo all’ultimo movimento. L’esecuzione che Sentieri Selvaggi fa del Quatour è intensa per espressione anche se non sempre precisa. Soprattutto nel quinto e settimo movimento si è sentita palpabile la fatica esecutiva, ma con il grande pregio di trovare i musicisti ancorati saldamente all’interno di tutta la composizione al di là di ogni eventuale imprecisione. Se ne rifletteva proprio all’uscita: la grandezza di questa composizione e la compattezza con cui ogni musicista dell’ensemble di Sentieri Selvaggi ne è rimasto all’interno hanno portato il pubblico verso una emozione che non si potrà che ricordare a lungo. Anche, e soprattutto, in quel quinto movimento (della cui importanza e bellezza assoluta, anche al di fuori del contesto accademico, può essere cartina di tornasole l’essere stata trascritta anche da un musicista come John Zorn per i suoi Naked City nell’album Grand Guignol), la tensione è stata così presente che portava a trattenere il fiato per coglierne appieno forza e dolcezza.

I lunghissimi applausi, strameritati, alla fine dell’ultimo movimento ci hanno portato verso la seconda parte del programma: la prima esecuzione italiana della composizione di Luca Francesconi Daedalus. Il concerto per flauto e ensemble commissionato da Daniel Barenboim, che lo ha diretto in prima assoluta a Berlino esattamente un anno fa, è un brano scritto partendo da Pierre Boulez e in sua memoria. Il suono ingabbiato e compulsivo delle Derive Bouleziane trova in Daedalus un tentativo di ritrovare un ordine esattamente come “il labirinto (Daedalus) contrassegna il primo tentativo di dare ordine al caos di questo mondo”. Allo stesso modo, e seguendo un procedimento inverso, Daedalus è anche un tentativo di confrontarsi con “la questione dell’origine della follia dal punto di vista della storia delle idee” attraverso il tentativo razionale di dare un ordine diverso ad un frammento bouleziano ritrovandosi però a moltiplicarne le complessità in un infinito gioco di riflessi e false strade che vanno a riflettere su quell’aspetto della follia chiamato “Mania”. Di tutto questo a “farne le spese” oggi è l’incredibile flautista Paola Fre che per quasi tutta la mezzora della composizione suona partiture rapide e intricate in un lavoro sonoro su cui fa perno tutto il lavoro orchestrale. Un vero Dedalo, raffigurato anche in partitura, per la mente, i musicisti e l’orecchio dell’ascoltatore che assiste al tentativo di decostruzione della magistrale, ed allo stesso tempo, asfissiante compulsione razionalistica bouleziana. Un tentativo di riportare una straordinaria struttura ingabbiante verso una complessità che in qualche modo ne polverizzi e liberi l’essenza sino a riportare il tutto verso il suono primigenio e amniotico dell’acqua.

L’ascolto non può che essere complesso ma la composizione ha una tensione interna così potente che, anche se eseguita dopo “l’ingombrante” Quatour, mantiene costantemente attenzione e il piacere della scoperta, un po’ folle, e Sentieri Selvaggi ci regala una ottima esecuzione di questa partitura veramente complessa.

Dopo questo emozionante e riuscito primo appuntamento la stagione di Sentieri Selvaggi prevede altre sette serate dedicate via via ad evidenziare (o negare) il rapporto tra la partitura contemporanea e quella del Novecento storico in una ricerca del DNA, di una origine, che ne renda l’ascolto ancor più stratificato.

Prossimo appuntamento il 4 marzo con un programma dedicato interamente a Giorgio Colombo Taccani

 

Programma e musicisti

Olivier Messiaen: Quatour Pour La Fin Du Temps

Mirco Ghirardini - Clarinetto

Piercarlo Sacco - Violino

Aya Shimura - Violoncello

Andrea Rebaudengo - Pianoforte

 

Luca Francesconi: Daedalus

Paola Fre - Flauto

Mirco Ghirardini - Clarinetto

Piercarlo Sacco - Violino

Aya Shimura - Violoncello

Andrea Rebaudengo – Pianoforte

Marta Soggetti - Vibrafono

Foto di Giovanni Daniotti

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