Junun

Junun

Teatro dell`Arte - Triennale di Milano


10/11/2016 - di Carlotta Garavaglia
Non tutte le ciambelle escono col buco e Junun è il chiaro esempio di come in una confezione se ne possa trovare una perfetta e una un po` bruttina seppur buona.

Partiamo dall`inizio però, cos`è Junun?

In lingua urdu significa follia; ma non la pazzia bensì la follia amorosa. È uno stato d’animo. In lingua musicale è il fortunato incontro tra tre culture diverse l`occidente di Jonny Greenwood (Radiohead), il Medio Oriente di Shye Ben Tzur e l`India di The Rajasthan Express.

Il progetto prende corpo nel 2015 quando Greenwood, nel bel mezzo del deserto del Negev nel sud d’Israele, si ritrova ad ascoltare un gruppo di musicisti che suonavano “uno strano mix di musica tradizionale araba e Indiana, qualcosa che non avevo mai sentito prima.” Venne a scoprire che il pezzo migliore era di Shye Ben Tzur, compositore, produttore, poeta e performer israeliano che vive tra India e Israele. Un compositore di musica qawwalis, strumentale e devozionale, in ebraico, urdu e hindi. Un tipo troppo particolare per lasciarselo sfuggire.

E così inizia l`avventura, chiamano a raccolta i musicisti di The Rajasthan Express, Nigel Godrich , storico produttore dei Radiohead e partono per Jodhpur, si chudono nel 15th-century Mehrangarh Fort e iniziano le session di registrazione. Le stanze del forte diventano un accampamento di registrazione con materassoni per il risposo e una zona centrale piena di tappeti su cui i musicisti suonano scalzi seduti per terra.

Ad accompagnarli in questa avventura Paul Thomas Anderson, storico amico di Greenwood che aiuta a costruitre il documentario Junun, debuttato al New York Film Festival nell’ottobre 2015 e successivamente presentato anche alla Festa del cinema di Roma. Ecco, il documentario è la ciambella bruttina ma buona. Bruttina perchè: è un doc., mi azzardo a dire, impressionista, che non ha né capo né coda e che non rende giustizia alla genesi di questo progetto. Documenta alcuni giorni di registrazione ma, a mio parere, non entra a sufficenza nella poetica del progetto. Allo stesso tempo però riesce a passare diverse emozioni e sfumature della componente indiana di Junun. La magia di un popolo con antiche tradizioni, sorrisi che ti stendono anche se solo accennati e un devozione sincera nei confronti di tutto quello che fanno.

Giovedi 10 novembre, in occasione di Jazzmi, al Teatro dell`Arte della Triennale di Milano, mi sono ritrovata seduta per terra con altre 500 persone a contemplare questi cinquanta minuti, un po` strampalati, in attesa del live. Composizioni e concerto che sono, senza ombra di dubbio, le ciambelle belle e buone. E come un dolce buonissimo che appena addenti ti manda le papille gustative in visibilio Junun crea la stessa senzazione per tutto il corpo.

A fine proiezione la sessione fiati ha fatto il suo ingresso in platea lasciando campo libero sul palco per l`allestimento di tutto il resto. Turbanti, abiti tradizionali indiani hanno invaso il teatro e il cuore delle persone presenti che da quel momento in poi sono state rapite. La potenza del suonare insieme, per la gioia di farlo scalzi per terra su dei tappeti, non ha abbandonato nessuno dei musicisti nemmeno una volta raggunti i palchi di tutto il mondo.

Junun è, dopo averlo visto su schermo, ascoltato live e ascoltato registrato, un progetto in eterno movimento, una musica che non è mai uguale a se stessa ma che cambia a seconda dell`interazione con il pubblico, a seconda dello stato mentale di chi l`ascolta.

Ti entra dentro e si allinea con il respiro e il battito cardiaco. A me ha trasmesso una gioia infinita, la voglia di ascoltarlo ancora e ancora, la voglia di movimento e di apertura verso il Mondo.