Big Daddy Wilson + Sara Zaccarelli Nu Band

Big Daddy Wilson + Sara Zaccarelli Nu Band

Ameno / Piazza Vittorio Veneto


07/09/2018 - di Helga Franzetti
All’apertura dell’appendice settembrina di Ameno Blues, il patron Roberto Neri ricorda la collaudata formula che vede a fianco dei grandi nomi internazionali, gli artisti di casa, spesso in apertura o come componenti della stessa band che supporta l’artista di fama.

Tocca quindi alla bolognese Sara Zaccarelli fare da apripista nella serata di Venerdì, insieme ad Agostino Raimo (chitarra elettrica), Manuele Goretti (tastiere), Andrea Taravelli (basso e moog) e  Filippo Lambertucci (batteria). Si fanno chiamare NU BAND e allargano gli orizzonti del loro sound da panorami sfocatamente blues al funk, da vibrazioni R’n’B fino ad tuffarsi nell’hip hop ed avvicinandosi ai confini della musica elettronica.

Una figura, quella della cantante emiliana, che ha senza dubbio saputo colpire il pubblico, fin dall’entrata in scena. Quando infatti la band attacca con i primi accordi lasciando scivolare la sua voce protagonista su modulazioni elettroniche, la fervida immaginazione dei presenti diventa palpabile, finché Sara compare alle spalle dei presenti in uno scintillante abitino oro e nero alla Eartha Kitt. Ampio spazio alle modulazioni, all’uso del moog, a contaminazioni ambient (ascoltiamo anche un mantra) e a vocalismi ibridi, una mescola che combina ingredienti presi da quel movimento neo-soul americano che unisce sonorità rap e funky al soul anni settanta, argomento dell’ultimo album proposto dalla band e dove forse riesce meglio. Probabilmente un’attitudine  minore verso la musica rock e folk, fa si che le cover di Have a Little Faith In Me (John Hiatt) e Love The One You’re With (Stephen Stills), zoppichino un poco mancando di colore. Il personaggio femminile si snoda intorno ad una conturbante e maliziosa sensualità che alla voce non manca, ma ciò che rimane da definire è la strada da percorrere verso la costruzione di una band con un’identità credibile, una linea musicale coerente e la ricerca di un suono più importante.

Nella canzone che dà il titolo all’album Sing For My Soul esiste un buon punto di partenza. Qui Sara riesce a comunicare sensazioni, in una coraggiosa denuncia che affronta il problema della violenza sulle donne e richiama l’attenzione sulla superficialità spesso dimostrata verso  temi importanti come la violazione dei diritti umani e la discriminazione recondita. Il nostro augurio è che l’artista bolognese riesca a compiere il suo cammino verso qualcosa che cerchi di essere autentico ma personale, anche, perché no, grazie alla visibilità ottenuta sul palco di Ameno che si va ad aggiungere alle numerose e fortificanti esperienze dal vivo.

Nome di punta della serata è quello di Big Daddy Wilson con la sua band tutta italiana: Cesare Nolli, questa volta in veste di chitarrista, Paolo Legramandi al basso e Nick Taccori alla batteria sono ormai di casa sul palco di Ameno e, assieme al tastierista Enzo Messina risultano ottimi supporter per la voce calda e baritonale di Big Daddy. Musicisti che lo seguono in tutta Europa, Big Daddy non cambia i suoi Goosebumps Brothers a seconda del Paese in cui si trova, esiste un forte legame umano al di là dell’aspetto professionale.

Un musicista che percorre la sua strada artistica in Europa, seppur originario della Carolina del Nord. Vive infatti in Germania ormai da parecchi anni e non a caso si appoggia alla Ruf come etichetta discografica, con la quale ha prodotto gli ultimi due album Neckbone Stew e Songs From The Road che descrivono quanto Wilson sia un bluesman atipico, non necessariamente allineato alle 12 battute, ma aperto alle diverse derivazioni della musica black. La voce di Wilson, sostenuta dal groove della band con una sessione ritmica più che collaudata, un sound Hammond e una chitarra versatile e raffinata, mi ricorda, con quel timbro molto sensuale, a tratti Tom Jones e, nelle discese, la pienezza di Barrence Whitfield.  Lo stile e il sound si muovono su direzioni differenti, dal gospel d’apertura, che subito mette in evidenza la profondità delle corde di Wilson, passando per il groove ipnotico di Time (prodotta con Eric Bibb nel 2015) accompagnata da un basso martellante,  tappeti di organo, e chitarra wah wah, per attraversare il soul funk di Wake Up e giungere alle pulsazioni di Drop Down Here con Nolli che viaggia agilmente da ritmiche reggae a gustosissimi assoli bluesy. Dopo un calo di ritmo con un sensualissimo slow, Big Daddy si prende una pausa e la band sola ci regala un favoloso assaggio di Midnight Rider (forse memore dalla notte delle chitarre sul palco di Luglio) per poi virare in una seconda parte orientata verso un set più smaliziato, che attinge maggiormente dal repertorio passato.

Si comincia da Mississippi John Hurt, si passa per blues melodici e Texas boogie alla Johnny Copeland, dove Messina viaggia sui tasti del suo pianoforte che è un piacere, finché il pubblico finalmente si alza dalle sedie e comincia ad ancheggiare. Sul finale un medley al grido di “Are you ready for the old school soul?” in cui, forse, si esagera un po’ con gli ingredienti, che mescolano Salomon Burke, Otis Redding, i Temptations e Ben E.King…. ma che comunque entusiasma gli spettatori ormai lanciati in euforici balli ai piedi del palco.

Dopo il bis i saluti rimandano all’invito per la serata successiva, sicuramente di un’impronta diversa ma ugualmente interessante.

  Foto per gentile concessione di: Adriano Siberna Photos