Nick Waterhouse

Nick Waterhouse

Bologna / Freakout


06/11/2019 - di Giovanni Sottosanti
Viaggiare è scoprire, andare oltre e non fermarsi. E` anche assecondare la lucida follia di partire per un concerto e percorrere un bel po` di chilometri, pur sapendo che la mattina seguente avrai tempi molto stretti. Non servono nomi altisonanti e grandi spazi. Il Freakout è un live club ubicato nel cuore di Bologna, sporco e scalcinato il giusto per restituire un`idea di cuore, calore e passione, per nulla scontati e convenzionali. Un pubblico variegato e multiforme riempie sufficientemente la sala e in un mercoledì di Champions è già un gran bel risultato.

L`occhialuto trentaseienne Nick Waterhouse, nato a Santa Ana e cresciuto a San Francisco, ha respirato e incamerato da subito le giuste vibrazioni della California, giungendo quest`anno al quarto disco di una carriera in rapida crescita e già ricca di soddisfazioni. Sette anni sono passati dal primo disco That`s All Gone, per arrivare all`ultimo intitolato semplicemente con il suo nome. In mezzo si collocano Holly del 2014 e Never Twice di due anni dopo. Quattro piccoli gioielli in cui è condensato un perfetto e multiforme microcosmo sonoro a base di soul, r&b, blues, jazz, swing, be bop, boogie woogie, rock`n`roll, rockabilly, surf, doo-wop, New Orleans e Louisiana style. Vanta anche un`attività da produttore in alcuni dischi degli Allah-Las.

Si presenta sul palco in giacca, cravatta e telecaster al collo come un novello Buddy Holly, timido solo all`apparenza, attorno a lui una ciurma di sei elementi tra basso, batteria, tastiere, due fiati e percussioni. Partono senza indugi con Some Place, dritti e decisi attraverso un torrido r&b, Is That Clear abbraccia un boogie blues fiatistico e trascinante, mentre Which Was Writ flirta con lo swing. Colpiscono da subito il grande eclettismo, la sincronia, la scioltezza, l`immediatezza e il perfetto gioco di squadra con cui Nick e la band coprono il palco. Un suono fresco e vitale, capace di trasmettere fin da subito una benefica sventagliata di rivitalizzante energia. La voce del leader è abrasiva, nera e suadente al tempo stesso, soulsinger, crooner e rocker in un`unica soluzione ad alto tasso adrenalinico.

Wreck The Rod swinga alla grande con il piano e i cori in grande evidenza, I Had Some Money (But I Spent It) ha un tocco da bar boogie band e una voce melmosa, mentre Don`t You Forget e Thought & Act strizzano l`occhio al jazz- blues. Con I Can Only Give You Everything danno una prima accelerata, Wherever She Goes (She Is Wanted) mantiene la rotta prima dell`esplosione provocata dalla cover di Pushin` Too Hard dei Seeds. A questo punto è difficile fermarli, perché I Feel An Urge Coming On e Black Glass mettono a ballare tutto il pubblico, come in una dancehall da qualche parte negli States. Profumi di doo- wop si diffondono nell`aria grazie a Sleepin` Pills, in LA Turnaround fa capolino lo swamp boogie, Raina è scura e notturna e Down In Mexico riporta in pista i mitici Coasters, alfieri del r&r e r&b di Los Angeles negli anni cinquanta-sessanta.

Quando Nick e suoi sono ormai sul rettilineo finale in vista del traguardo, assestano l`accelerata definitiva, mettendo in fila una micidiale sequenza r&b, boogie blues, r&r e rockabilly con Katchi, Tracy (All I Have Is You), (If) You Want Trouble e This Is A Game. Alzano leggermente il piede dall`acceleratore quando affrontano Dead Room, ritmo e voce che si aggirano dalle parti di Van Morrison, mentre Say I Wanna Know e El Viv profumano di Stax lontano un miglio, tra Otis e Booker T. Jones. Le paludi della Louisiana e uno swamp blues sporco e paludoso avvolgono Song For Winners, chitarra assassina e voce strappata a John Fogerty per un ultimo giro di giostra. Tutti a bordo, guida un ragazzo della California con la faccia da bravo ragazzo, gli occhiali e la cravatta. Lui e la sua banda hanno la semplicità e l`immediatezza delle cose vere, fresche e sincere. Passione, sudore e anima. Do you like good music? That sweet soul music!